il Nobel e quel vizio antico che puzza di mediocrità

L’Accademia di Svezia ha deciso: il Premio Nobel per la letteratura 2016 sarà conferito a Bob Dylan, cantante cantastorie, scrittore, poeta e chi più ne ha più ne metta. Insomma, letterato a tutti gli effetti. La notizia, questa volta, non si è ridotta ad un lancio di agenzia e un elzeviro in terza pagina: Bob Dylan non è Svetlana Aleksievič (vincitrice del Nobel l’anno scorso) e, con tutto il rispetto per la giornalista e scrittrice di successo bielorussa, lo avranno pensato anche i giurati componenti l’accademia. Un atto di coraggio, verrebbe da dire, non solo perché si porta il Nobel fuori dalla dimensione che lo vorrebbe legato esclusivamente al periodo di produzione artistica del premiato, ma anche perché, finalmente, la canzone entra di diritto nei salotti bene, quelli della cultura che conta, non senza qualche severa rimostranza, certo.

Se, da un lato, infatti, milioni e milioni di persone esprimevano soddisfazione per questo riconoscimento, poche decine (un centinaio al massimo) di intellettuali, suonavano la carica, a difesa di un presunto spazio sacrale che, in qualche modo, vedevano violato. I novelli restauratori, tutti distinguo e monocolo ben saldo, si son guardati bene dal dirlo chiaramente, ma in sostanza il senso era un laconico “io so io e voi non siete un cazzo” di sordiana memoria. E non perché il contenuto non era all’altezza, tutt’altro (a detta loro). Semplicemente perché il contenente non è conforme ai canoni stabiliti da Alfred Nobel nel suo testamento del 1895.

“Baricco chi?”, quindi, verrebbe da chiederci (uno su tutti). Come se nulla fosse cambiato, come se i sogni di una generazione intera, armata solo di belle canzoni, non abbiano il diritto di essere considerati letteratura. Oggi, nell’era delle guerre tra case editrici, di pubblicità editoriali nei cessi degli autogrill, di scrittori prestati al cinema e di produttori cinematografici padroni dei diritti dei “letterati”. Come se nulla fosse cambiato da quando il razzismo lo si argomentava scientificamente e con un pilatesco “nulla di personale…”.

No, cari amici, questa volta non hanno vinto loro. Questa volta hanno vinto i rivoluzionari.

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Gabriele Pasca

Giornalista, anche sportivo. Interista, zapatista, pessimista e tante altre cose in -ista. Classe 1992, studente di giurisprudenza. Leccese ma anche modenese. Insomma, tutto e niente.

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