Il futuro dell’università in Italia, tra tagli e nuove riforme

Il futuro dell’università in Italia, tra tagli e nuove riforme

Il futuro dell’università in Italia, tra tagli e nuove riforme

di Enrico Consoli

C’è un argomento cruciale per il destino del nostro Paese che non trova adeguato spazio nel dibattito pubblico. Neppure in questi giorni, mentre maggioranza di governo e opposizioni si fronteggiano sul DEF e sulle scelte della futura legge di bilancio.

Eppure il futuro dell’Italia non può prescindere dall’università e dalla ricerca pubblica, a meno che non si voglia puntare su una competizione sul mercato globale legata a beni e servizi a bassa intensità tecnologica e sulla compressione del costo del lavoro.

Al momento, non è chiaro come la nuova maggioranza gialloverde deciderà di intervenire sui temi delicati dell’università e della ricerca. Al di là delle vicende relative all’ex Iena Dino Giarrusso, che avrebbe dovuto verificare la qualità dei concorsi accademici attraverso l’incarico di segretario particolare affidatogli dal nuovo viceministro Lorenzo Fioramonti, economista eterodosso in quota Movimento 5 Stelle, poco è nulla è trapelato sulle strategie della nuova maggioranza in materia di università. Nel contratto di governo sottoscritto dalle due forze politiche si leggono riferimenti all’abolizione del numero chiuso (almeno in alcuni corsi), alla riduzione della precarietà dei ricercatori, passando per l’ampliamento della no tax area, la riforma dell’Anvur e la creazione di un’Agenzia nazionale della ricerca  in grado di raccordare enti e centri scientifici diversi. Al di là delle intenzioni, questi primi quattro mesi non hanno ancora fatto registrare provvedimenti di peso, anche se vicende e scelte significative non sono mancate.

Molte perplessità in ambito accademico hanno suscitato la proposta del Ministro Bussetti di nominare a capo del Dipartimento Università e Ricerca del MIUR l’ex parlamentare di Alleanza Nazionale e FLI Giuseppe Valditara, ed il progetto di “regionalizzazione” del sistema scolastico e del sistema accademico portato avanti dalla Regione Veneto guidata da Luca Zaia.

Sul primo tema, le polemiche sono sorte dalla scelta, non condivisa da Fioramonti e da alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle, di affidare a Valditara un incarico così delicato, visto che il politico milanese è stato il relatore della Legge 240/2010 , la Riforma Gelmini dell’Università che secondo i detrattori avrebbe inferto colpi durissimi al sistema universitario nazionale; sul secondo, tutto nasce dalla volontà della Regione Veneto di procedere sulla strada dell’”autonomia differenziata”. Si tratta della bozza di disegno di legge delega che nelle intenzioni degli estensori dovrebbe essere approvata dal parlamento su impulso del governo. Il ministro leghista per gli affari regionali Erika Stefani auspica che si arrivi ad una bozza del disegno di legge entro il 22 ottobre prossimo. Secondo quanto si legge su “Roars”, saremmo in presenza del tentativo di regionalizzare la scuola e l’università, attribuendo in parallelo alla Regione maggiori risorse finanziarie  ricalcolando i parametri di ripartizione in base al gettito fiscale e al reddito dei veneti. Ergo, le regioni che pagano più tasse e hanno redditi maggiori, secondo questa logica, avrebbero ancora più fondi, in un quadro che ha già visto aumentare in questi anni le diseguaglianze tra gli atenei del Sud e quelli del Centro-Nord.

Se non è ancora chiaro quale sarà il destino dell’università italiana nei prossimi mesi, numeri su cui rifletere arrivano dal rapporto 2017 della Commissione europea su ricerca e innovazione.

Nell’ultimo decennio, in Italia gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo in Italia sono diminuiti di oltre il 20% (circa 1,2 miliardi di euro in meno). A partire della legge 133/2008 e dai tagli previsti dall’allora ministro dell’economia e delle finanze Giulio Tremonti, il nostro Paese ha progressivamente disinvestito sull’università e la ricerca pubblica, e nel 2015 gli investimenti nel settore rappresentavano appena lo 0,51% del Pil (1,34% considerendo gli investimenti privati), con buona pace dell’obiettivo del 3% del Pil investito in ricerca fissato dal programma europeo Horizon 2020. La senatrice Elena Cattaneo, in un recente articolo sul Sole 24 Ore, ha notato come nel triennio 2014-2016 l’Italia sia seconda (dopo il Regno Unito), come numero di progetti inviati legati al programma, ma sia mestamente nelle ultime posizioni (ventunesimo posto) per progetti vinti. Paradossalmente, fa notare Cattaneo, se si considerano i bandi ERC (European Research Council) nell’ultimo decennio, su 751 progetti vinti da ricercatori italiani, 335 (il 45%) riguardano progetti di ricercatori italiani che hanno sviluppato o svilupperanno le loro ricerche in altri Paesi europei, e percentuali analoghe si registrano nello Starting Grant ERC.  Ma la qualità del sistema accademico non si limita a chi ha deciso di fare armi e bagagli e di partire per altri lidi. A febbraio la rivista Nature descriveva la realtà contradditoria di un Paese che nel 2020 rischia di ritrovarsi con 30.000 ricercatori e professori in meno rispetto a dieci anni prima, e che tuttavia continua a registrare numeri importanti sul lato della produzione scientifica, nonostante il disinteresse delle principali forze politiche e dell’opinione pubblica verso i temi della ricerca e all’università pubblica. Leggendo il reportage di Nature, si scopre a sorpresa come gli articoli scientifici italiani negli ultimi 13 anni siano tra i più citati al mondo e l’Italia rappresenti il secondo Paese europeo per numero di pubblicazioni per unità di spesa per ricerca e sviluppo (dopo il Regno Unito).

Senza un rilancio degli investimenti ed una politica lungimirante in materia di università e ricerca è difficile che queste performance possano essere confermate anche in futuro. D’altra parte, il problema non riguarda solo il sistema accademico ma gli effetti nefasti si fanno sentire anche in termini generali, come evidenziano le analisi di economisti come Perri, De Cecco, Forges Davanzati sulla correlazione tra il declino economico italiano e insufficienti investimenti in ricerca e innovazione. Tante le criticità su cui si potrebbe lavorare, nell’interesse del Paese: dal reclutamento, che vede una pletora di contratti a tempo determinato e scarse possibilità di prosecuzione della carriera per dottori di ricerca, assegnisti e ricercatori precari, (l’ADI, l’Associazione  Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani, ha calcolato che circa nove assegnisti su dieci rischiano di essere espulsi progressivamente dal mondo accademico nei prossimi anni), al sistema della valutazione della qualità della ricerca accademica, messa in discussione da settori sempre più ampi del mondo accademico che auspicano una riforma (se non una abolizione) dell’Anvur e criticano l’abuso di indicatori quantitativi e di parametri inadeguati a certificare la qualità delle pubblicazioni scientifiche. In un contesto in cui, a differenza di dieci anni fa,  la conflittualità all’interno del mondo accademico appare assai debole ed il dibattito pubblico è poco orientato a queste tematiche, saprà la politica ripensare il ruolo della ricerca e dell’università nell’interesse del sistema Paese?

 

Breve biografia dell’autore:

Nato a Taranto nel 1984, vive a Lecce dove ha conseguito nel 2017 il titolo di dottore di ricerca in Teoria e Ricerca Sociale presso l’Università del Salento. Laureato in Scienze della Comunicazione Sociale, Istituzionale e Politica, è in procinto di conseguire una seconda laurea magistrale in Scienze Filosofiche. Ex giornalista pubblicista, ha diretto dal 2009 al 2012 Linkredulo, giornale online premiato dalla Regione Puglia come una delle migliori idee progettuali presentate da giovani under 35. Grande appassionato di storia, ha la politica nel sangue e crede come Nietzsche che “senza la musica la vita sarebbe un errore”. Ama i gatti, la buona cucina e il paesaggio delle campagne pugliesi.

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