Il Clan dei Marsigliesi

Il titolo potrebbe sembrare quello di un film poliziesco degli anni ’70, oppure quello di un romanzo sulla malavita, ma quella di seguito descritta è una storia vera. Un avvenimento lo puoi raccontare dall’inizio, oppure dalla fine, questa storia invece la racconterò dal momento in cui ci si accorse che la malavita romana aveva cambiato stile e, soprattutto, ci si accorse che aveva nuovi capi.

Roma, 22 febbraio 1975 – durante una rapina con relativo scontro a fuoco all’ufficio postale di piazza Dei Caprettari, perse la vita un giovane agente di polizia, Giuseppe Marchisella. Dopo alcuni giorni si tolse la vita anche la fidanzata di Marchisella che da lì a poco avrebbero dovuto coinvogliare a nozze. Il bottino fu magro, solo 400 mila lire, ma chi erano gli autori di quella spettacolare quanto violenta rapina?

In quegli anni Roma era, ogni giorno, teatro di violenti scontri sociali, rivolte studentesche, azioni terroristiche di brigate rosse, anarchici e destra eversisa, l’attenzione delle forze dell’ordine, quindi, era rivolta su questi quotidiani problemi tanto che non ci si accorse di quanto la criminalità comune stesse cambiando. Fino ad allora la criminalità romana era rappresentata da piccoli boss dediti al pizzo a piccoli commercianti, prostituzione, un po’ di strozzinaggio, piccoli boss che difendevano il loro quartiere o piazza all’antica, cioè a colpi di coltello (“zaccagnate” per dirla in gergo romanesco) , insomma una criminalità come ci è stata raccontata da Sergio Corbucci nel film ER PIU’ del 1971.

Da quella rapina si capì che le cose erano cambiate.

Fare indagini all’epoca era più difficile di oggi, bisognava conoscere i segreti dei bassi fondi, ascoltarne i racconti, osservare ogni più piccolo movimento dei fiancheggiatori ed avere informatori fidatissimi. Dalle prime indagini vennero fuori i nomi degli autori della rapina di piazza dei Caprettari, erano tre marsigliesi: Maffeo Bellicini, Jaques Berenguer e, il più pericoloso, Albert Bergamelli. Erano già noti come criminali, ma nessuno sapeva come erano arrivati a Roma. Il ventre di Marsiglia, importante crocevia mondiale di traffici leciti ed illeciti, ha sempre prodotto criminali ben organizzati  e di spessore che nulla avevano da invidiare ai criminali italiani di cosa nostra o camorra, anzi per lungo tempo la leadership del traffico di tabacchi nel mediterraneo, dopo la seconda guerra mondiale, fu dei marsigliesi e, sempre i marsigliesi, furono i primi a inviare eroina, dai loro laboratori, negli Stati Uniti, la famosa french connection. Qui si formarono come criminali Bellicini, Berenguer e Bergamelli, si occuparono di traffico di stupefacenti, di gioco d’azzardo e prostituzione, ma la loro voglia di bruciare le tappe e divenire capi li portò sbarcare in Italia in cerca di zone ancora vergini sotto l’aspetto della criminalità organizzata.

La prima azione ad opera di un gruppo di otto marsigliesi, armati di mitra, fu compiuta il 15 aprile del 1964, proprio nel salotto buono di Milano, in via Montenapoleone, guidati da Jo le Maire e da Albert Bergamelli, svaligiarono una gioielleria e portarono via un ricco bottino del valore di 200 milioni di lire che in quell’epoca era un’enormità. Otto giorni dopo gli otto uomini d’oro, così li ribattezzo la stampa, furono arrestati a Torino e condannati a pene dai 3 ai 9 anni di reclusione. Fuggito di galera nel 1973, Bergamelli si trasferisce a Roma dove lo attende Jo le Maire, che nel frattempo aveva aperto l’attività di rappresentante di wisky  come copertura, e lo introduce negli ambienti della mala romana. Rendendosi conto che la criminalità romana era di poco conto, il cui massimo esponente era Laudavino De Santis detto Lallo lo zoppo, e non volendo sottostare a Joe le Maire, Albert Bergamelli fece arrivare nella città eterna Bellicini e Berenguer con cui fondò la banda delle tre “B” o il clan dei marsigliesi. Duri, spietati e organizzati ebbero la meglio facilmente sui vecchi boss romani di borgata. Amanti di auto lussuose, wisky, champagne e belle donne, il loro modo di fare esercitò un enorme fascino tra le giovani leve di crimanali romane e loro arruolarono nel loro clan quelli più svegli, tra i quali Franco Giuseppucci e Danilo Abbruciati.

Il clan in poco tempo organizzò un vasto giro di spaccio di eroina, per i quartieri di borgata, e di cocaina, per i salotti buoni della città, bische clandestine e rapine milionarie, ma spendevano tutti i proventi delle loro attività, il loro motto era “bella vita, belle donne e un bel funerale”.

Operarono praticamente indisturbati sino alla rapina di Piazza dei Caprettari, ma nonostante le forze dell’ordine dal 22 febbraio 1975 si misero a dargli la caccia, i marsigliesi continuarono nei loro crimini, protetti da quella fitta rete di fiancheggiatori che avevano saputo creare, anzi nel biennio ‘75/’76 si resero protagonisti di ben cinque sequestri di persona tra cui, i più spettacolari, quelli ai danni del gioielliere Giovanni Bulgari (fu pagato un riscatto di un miliardo di lire) e di Amedeo Ortolani, figlio del presidente della Voxson (riscatto 800 milioni di lire).

La fine del clan iniziò il 29 marzo del ’76, quando Albert Bergamelli fu arrestato in un Hotel sulla via Aurelia, due giorni dopo toccò al suo avvocato, Giannatonio Minghelli, parte integrante del clan con il compito di riciclare il denaro.

L’arresto di Albert Bergamelli

Bergamelli fu ucciso nel carcere di Ascoli Piceno nel 1982 da un esponente della banda dei genovesi.

Jacques Berenguer fuggì a New York, arrestato nel 1980 venne poi estradato prima in Italia e, poi in Francia dove terminò la sua esistenza nel carcere di Nizza nel 1990.

Maffeo Bellicini, anch’ egli arrestato nel 1976, fuggì dal carcere di Lecce nel nell’agosto dello stesso anno  insieme al bandito sardo Grazianeddhu Mesina, ma fu nuovamente arrestato due mesi dopo sempre a Roma, è ancora vivo e sconta la pena all’ergastolo.

Maffeo Bellicini

Nel 1981 i tre marsigliesi furono condannati all’ergastolo per la rapina di Piazza dei caprettari.

La stagione del dominio criminale del clan dei marsigliesi a Roma durò pochi anni, ma i semi del male che loro piantarono fiori velocemente, infatti quei giovani, che avevano lavorato come manovalanza per i marsigliesi, come Franco Giuseppucci e Danilo Abbruciati, insieme ad altre giovani leve come Renatino De Pedis e Maurizio Abbatino, diedero vita alla Banda della Magliana.

Giancarlo Panico

Giancarlo Panico

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