Il 4 novembre a Taviano: intervento del Magistrato Dott. Roberto Tanisi

L’Europa non s’era mai sentita così tranquilla e ottimista come in quell’estate del 1914, che doveva segnare l’inizio della sua fine. Da 43 anni le grandi potenze non si facevano più la guerra e ogni volta che tra loro era scoppiata una controversia l’avevano sempre risolta a tavolino. La gente ci aveva fatto l’abitudine ed accarezzava l’idea che le cose sarebbero andate sempre così. Certo non mancava qualche profeta di sventure, come lo scrittore britannico Herbert Wells, che preconizzava, addirittura, la fine della civiltà occidentale, ma nessuno vi badava: gli europei preferivano guardare all’Europa smagliante, assetata di progresso, che si considerava – e forse era – padrona della Terra. Non a caso quelli furono definiti gli anni della Belle Epoque.

Eppure l’Europa, senza accorgersene, viveva su una polveriera. Una polveriera che s’era costruita da sé, non tanto con i propri vizi, quanto con quelle che apparivano  sue virtù.

I paesi europei possedevano complessivamente il 57% della superficie terrestre e ne controllavano indirettamente un altro 20%: un tale stato di cose rendeva fatali le lotte per l’accaparramento di risorse sempre maggiori da parte degli Stati più importanti.

La Germania, in particolare, che era il Paese leader e rappresentava l’economia più ricca del continente, tendeva ad espandere la sua zona d’influenza, anche sul mare, venendo necessariamente a confliggere con l’Inghilterra e la Francia.

In Italia e negli stati Slavi gli irredentismi nazionalistici covavano un forte spirito di rivolta contro l’impero austro-ungarico.

Mancava solo l’occasione per far deflagrare un conflitto. E quell’occasione si presentò a Sarajevo.

Le pallottole esplose da Gavrilo Princip non uccisero solo l’arciduca austriaco Francesco Ferdinando, ma uccisero quell’Europa ed un’epoca. Perché dopo la prima guerra mondiale nulla fu più come prima!

Come un improvviso temporale dopo una torrida ed umida giornata d’estate, lo scoppio della guerra ebbe l’effetto di scaricare tutte le pulsioni nazionalistiche che si erano accumulate in Europa negli anni precedenti: l’attentato di Sarajevo diede il via ad una tremenda gara della morte.

Quella che, nelle intenzioni dei governanti, avrebbe dovuto essere una fulminea guerra-lampo si trasformò ben presto in una logorante guerra di trincea. E fu la prima guerra mondiale.

Nel settembre di due anni fa, mentre ero a Gorizia, ho visitato alcuni luoghi che furono teatro di questo immane conflitto. Sul colle Sant’Elia, di fronte al quale si erge il sacrario di Redipuglia, mentre ero intento ad osservare lapidi e cimeli, ad un tratto la mia attenzione fu catturata da un piccolo scoiattolo, che si muoveva a scatti in mezzo all’erba, fino a sparire del tutto alla mia vista. Incuriosito, mi avvicinai e mi accorsi che si era nascosto in una buca nel terreno, i resti di una trincea, in parte ancora visitabile. Scesi in quel budello e, per un attimo, provai ad immaginare com’era viverci.

Solo che la mia fantasia non poteva cogliere quanto, con grande realismo, è stato narrato da chi quell’esperienza l’ha veramente vissuta.

Come lo scrittore triestino Giani Stuparich, che scrive:

Piove. Siamo tutti rannicchiati nel fango; le fossette sono piene d’acqua. E non la smette. Mi sono coperto col telo da tenda, sono tutto dolorante, rigido, bagnato, in questa mia tomba umida, stanco. M’addormento per la stanchezza, con la testa su una pietra liscia, percorsa da rivoletti d’acqua; fuori, l’acqua viene giù a torrenti. Verso sera la pioggia cessa; breve tregua, perché il cielo è ancora tutto nuvoloso; il sole, vicino a tramontare, rompe le nubi. Usciamo dalle nostre tane a sgranchirci le membra, ad asciugare almeno un poco la roba …

Viene il rancio, ma se ne deve sospendere la distribuzione, perché gli austriaci ci hanno visti e ci bombardano.

È da ventiquattro ore che non mangiamo. La divisione alla nostra sinistra è in pieno combattimento:

monte Cosich fuma, tempestato di colpi. Anche il nostro settore promette poca calma. Difatti gli austriaci, dopo una breve pausa, riprendono a tirare sulle nostre trincee.

Il tenente Sampietro che stava sorvegliando la distribuzione del rancio, è rimasto illeso per un vero miracolo: proprio sopra la sua testa, a pochi centimetri, è scoppiato uno shrapnel … qualche centimetro più in là e sarebbe stato crivellato dalle schegge. Giunge un altro proiettile: questo è proprio per me e per i miei vicini; la trincea trema, le schegge picchiano come tempesta sulle tavole e sui sacchetti, polvere acre e terra m’investono e m’entrano negli occhi e nel naso. Così avviene spesso, e nessuno più se ne meraviglia; io penso al limite così fragile e incerto che divide la morte dalla vita”.

Ecco, anche in occasioni come questa, di celebrazione e di ricordo, forse dovremmo, per un attimo mettere da parte la retorica della vittoria e pensare, anche solo per un attimo, alla realtà che i nostri avi hanno vissuto: quelli che sono ricordati su questo cippo e quelli che hanno avuto la fortuna di far ritorno alle proprie case.

Quando la guerra finì, giunse il momento di contare i morti: il bilancio finale, per la sola Italia, parla di 700.000 morti, 947.000 feriti, 600.000 dispersi. Il bilancio globale di tutta la guerra è di 9.017.900 morti, 21.231.907 feriti, 8.546.503 dispersi.

Ai quali vanni aggiunti i milioni di vittime provocate dalla fame, dalla miseria, dalle malattie: “storpi e paralitici, tremuli accattoni, bimbi incanutiti, madri impazzite che avevano sognato le offensive, figli eroici cui sfarfalla negli occhi il terrore della morte, coloro che non conoscono più il giorno né il sonno e ormai non sono altro che rottami di una creazione frantumata”: così Karl Kraus ne “Gli ultimi giorni dell’umanità”.

Ma, oltre all’orrore, cosa ci racconta ancora, a distanza di cento anni, la prima guerra mondiale? È possibile trarre un insegnamento che sia anche oggi valido?

In un saggio che ha riscosso molto successo, lo storico australiano Christopher Clark ha definito i leader europei del 1914 “The sleepwalkers”, “I sonnambuli”, perché proprio come i sonnambuli, nel perseguire i loro obbiettivi, agirono nella più totale incoscienza, quasi in trance, senza avere chiaro il contesto e senza essere consapevoli delle conseguenze. Che sono state quelle che, brevemente, ho provato a tratteggiare.

Ebbene, a volte, guardando in TV le immagini dei tanti vertici europei e internazionali, guardando i leader in posa per la foto ufficiale, mi riecheggia nella testa la definizione di Clark: “sleepwalkers”.

Esiste, nel mondo di oggi, un sistema di reti informali molto importanti, le cui decisioni coinvolgono l’intera società e realizzano un cesura sempre più netta fra il popolo e le élites che lo governano. Lo stesso concetto di democrazia, affermatosi solo al termine del secondo conflitto mondiale, è  mutato e rischia di segnare il passo.

“Lo ha deciso Bruxelles”, si dice spesso; oppure “lo vogliono i mercati”; o, ancora, “lo hanno stimato le agenzie di rating”. E il popolo? Riecheggia nella mia mente una rase di Bertolt Brecht: “Quando il popolo non piace al governo, il governo abolisce il popolo”.

Ecco, l’Europa di oggi, in qualche misura riecheggia quella di allora: lo dico da semplice uomo della strada.

A Bruxelles e a Strasburgo seggono governanti e burocrati ottusi – “sleepwalkers” appunto – attenti soprattutto a che il rapporto debito-PIL non sfori neppure di un decimale, incuranti del problema epocale dei migranti, che viene scaricato sui paesi di frontiera.

Alcuni Governi, poi, innalzano muri o reticolati, mentre estremismi individualisti o populisti solleticano le masse facendo leva sui loro istinti peggiori.

Scrive Pierre Lemaitre: “Nel processo di costruzione europea è stato posto l’accento sullo sviluppo economico, sulla tecnologia, sulla finanza. Si è trascurata invece la cultura. Ma la cultura serve a passare dalla credenza al sapere. È lo spirito critico che è in grado di sconfiggere le teorie della cospirazione e rendere trasparenti le reti opache”.

Fateci caso: la Commissione europea, almeno fino ad oggi, ha ritenuto di non celebrare il centenario della Grande guerra.

Un grave errore, a mio modo di vedere, perché significa che ancora oggi, a distanza di 100 anni, l’Europa non è ancora capace di fare la pace con se stessa ed ha paura dei fantasmi del passato.

Al contrario, ricordare quell’orrore e quanti, loro malgrado, vi parteciparono, deve servire, oggi più che mai, a far ritrovare un comune sentire, a riscoprire che le ragioni dello stare insieme non sono solo economiche, ma sono soprattutto storiche, religiose, culturali. Come nell’Europa unita vagheggiata da Altiero Spinelli.

Solo così, forse, sarà possibile dare un senso al grande massacro e far sì che quella che fu la sconfitta di tutti diventi oggi, realmente, una comune vittoria.

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