Fusione dei comuni: dalla Regione Puglia la parola ai cittadini

Il dibattito sulla “fusione” dei comuni di Alliste, con Felline, di Melissano, Racale e Taviano, ha ovviamente avuto un’accelerazione a seguito di un recente intervento della Regione Puglia che ha rimesso l’intero procedimento non più nella disponibilità degli organi comunali, bensì dei cittadini. Con il prof. Michele Giuranno, docente all’Università del Salento, abbiamo iniziato ad approfondire il tema. Oggi interviene l’Avv. Arianna Stefano, che da tempo è impegnata nel campo dei diritti civili, a sviluppare gli argomenti necessari a convincerci di approntare al più presto le iniziative con le quali chiamare a pronunciarsi sull’argomento.

di Arianna Stefano

Un’importante novella introdotta dalla regione Puglia lo scorso agosto sulla normativa relativa alla fusione dei comuni, offre l’occasione per dare nuovo slancio al progetto di fusione dei comuni di Racale Alliste Melissano Taviano e Felline, sollecitato da più parti, da diversi decenni ormai, ma che, ad oggi, non ha ancora trovato attuazione.

Si tratta della modifica alla Legge Regionale del 1 agosto 2014, n. 34 “Disciplina dell’esercizio associato delle funzioni comunali”, approvata all’unanimità dal Consiglio Regionale della Puglia, con la quale l’ente locale ha introdotto due importanti novità sulla materia:

La prima riguarda il coinvolgimento a monte delle popolazioni interessate, che dovranno essere consultate attraverso un referendum comunale, svolto secondo la disciplina regionale, prima che i Consigli comunali deliberino la richiesta di incorporazione alla Regione;

La seconda novità, che ci riguarda nell’immediatezza, è quella che indica, tra i soggetti che possono chiedere l’indizione del referendum consultivo, almeno il venti per cento degli aventi diritto al voto in ciascun Comune interessato dal processo di fusione comunale.

In altre parole i cittadini e non più solo i consigli comunali – come nella vecchia normativa – che riescano a raggiungere un numero di adesioni pari o superiore al venti per cento degli aventi diritto al voto, possono richiedere ed ottenere un referendum che, se di esito positivo, darebbe il via al processo di fusione.

Ciò comporta che comitati e organizzazioni di cittadini possano avviare la fusione nel proprio comune e in quelli vicini, attraverso un’iniziativa dal basso, volta a perseguire una serie di obiettivi, che vanno dalla riduzione del costo delle istituzioni, ad una più efficiente organizzazione dei servizi locali, ad una maggiore opportunità per gli abitanti, in termini di sviluppo sociale economico e culturale.

Il vecchio TRAM – oggi MEFERALTA, – o come dir si voglia, potrebbe cominciare a camminare con le proprie gambe, superando l’inattivismo che ha caratterizzato la maggior parte degli amministratori per decenni, sulla base di una sana consapevolezza, in capo ai suoi abitanti, di voler crescere come collettività, oltre ogni tendenza campanilistica.

Un progetto ambizioso che è sempre di più suggerito dai fatti: le continue restrizioni di bilancio, la difficoltà a mantenere lo standard dei servizi, il rischio, tramutatasi oramai in certezza in molti comuni, di aumentare la tassazione ai nostri concittadini, ma soprattutto la necessità di darsi una realtà più ad ampio respiro in termini di vivibilità di opportunità e di sviluppo, quale sarebbe la città nuova, non possono esimerci dall’intraprendere la strada della fusione

Molti infatti sarebbero i vantaggi economici che ne deriverebbero, consistenti in finanziamenti derivanti sia dalla Regione e sia dallo Stato, il quale, in virtù del decreto 21 gennaio 2015, eroga, per un periodo di 10 anni, un contributo straordinario commisurato al 20% dei trasferimenti erariali attribuiti per un determinato anno ai comuni che hanno dato luogo alla fusione (si stima che ammonti a circa 800.000 €/anno per 10 anni).

A tali risorse occorre aggiungere che il comune unico sarebbe dispensato per 5 anni dal “Patto di stabilità”, secondo cui cui, com’è noto, per contribuire al risanamento dei conti pubblici nazionali, agli enti comunali viene chiesto di incassare di più di quanto spendono e di tenere i soldi fermi in banca.

Si tratta di risorse preziose in una fase economica come quella attuale, un potenziale che potrebbe costituire il “motore” di nuove strategie di investimento sul territorio.

Da non sottovalutare infine vantaggi cosiddetti indotti, derivanti dalla fusione dei comuni,  che scaturirebbero principalmente dalla  messa in rete delle risorse umane, finanziarie e strumentali tali da garantire un incremento quantitativo e miglioramento qualitativo (apertura in fasce orarie attualmente non coperte) del livello di accessibilità al pubblico dei servizi;  la possibilità di realizzare investimenti per progettare nuove opere pubbliche, grazie all’esenzione temporanea dal patto di stabilità e agli incentivi statali e regionali; l’adozione di strategie di programmazione e sviluppo territoriale e urbanistico sovracomunale che prevedano ad esempio la valorizzazione e la cura delle risorse ambientali  culturali quali la creazione di un servizio di trasporto pubblico intercomunale, di itinerari turistici che valorizzino risorse e tradizioni architettoniche culturali e ambientali;

Grazie a tanti e tali vantaggi sono sempre di più i comuni che procedono verso la fusione; nel corso del 2016 sono state approvate 29 fusioni di comuni e nel 2017 ne sono già state approvate 11.

Si tratta di processi che fino ad ora hanno riguardato soprattutto i paesi del nord Italia, i quali tendono molto più di noi a puntare a valorizzarsi attraverso l’apertura e la solidarietà con altre realtà simili, al contrario dei paesini del sud Italia portati a trincerarsi attorno alla difesa del proprio podere.

È necessario modificare questa tendenza individualistica per aprirsi in una ottica tale da permettere di creare un territorio grande, ricco e competitivo dotato di un peso istituzionalmente maggiore, quale sarebbe la città risultante dalla fusione dei cinque comuni. Essa costituirebbe la città più grande della provincia di Lecce, dopo la città di Lecce, la quale, potrebbe offrire molteplici opportunità in tema di servizi, (si pensi a centri di ricezione sanitaria), di scuole, di turismo stante la splendida e accessibilissima litoranea collocata in una posizione strategicamente ricca di prospettive, tra due poli turistici già avviati come Gallipoli e Torre San Giovanni.

A fronte di tutto ciò, sicuramente non verrebbero snaturate le nostre Comunità con le loro esigenze; ci sarebbe un’unica Amministrazione comunale che amministrerebbe le cinque località facendo in modo che, attraverso un sistema di decentramento, vengano garantiti i servizi essenziali per ciascuna delle località, le cui esigenze potrebbero esser fatte valere, magari attraverso dei rappresentanti locali che vigilerebbero sulle necessità delle loro popolazioni

Ciò posto, resta il timore, da parte dei più prudenti, che l’istituto della fusione dei comuni, se da un lato garantisca un efficiente quadro economico-amministrativo, dall’altro provochi un “impoverimento identitario” e una confusione culturale. Ebbene, se quello di perdere l’identità può essere una minaccia per le piccole realtà di montagna, che rischiano di essere fagocitate dalle realtà comunali dotate di maggiore densità, (e nonostante ciò accedono molto più del meridione all’istituto della fusione) non lo è certamente per le nostre comunità, per diverse ragioni. Innanzitutto, occorre rilevare che la ricchezza della nostra area è data proprio dalle tradizioni, dalle identità culturali che caratterizzano i 5 territori comunali, che proprio per il forte carattere che li connota mal si “piegherebbero ad un appiattimento. Stiamo parlando di realtà talmente simili, ma nello stesso tempo così specifiche nelle diversità storico-culturali, che nessuna fusione potrebbe privarle delle rispettive caratteristiche connotative di cui vanno, giustamente, fiere.

Ovviamente il processo di fusione dovrà essere elaborato all’insegna del rispetto delle culture di ciascuno, esaltandone le caratteristiche e le peculiarità e facendo di esse delle ricchezze arricchenti.

Infine, a chi critica la fusione arroccandosi dietro l’alibi della difesa della identità, non si può non ricordare che nessuna identità in termini di cultura e di tradizioni storico artistiche può essere tutelata senza risorse; nessun comune può anche solo immaginare di garantire servizi agli abitanti (scuole, sanità, sicurezza, assistenza, verde pubblico, beni artistici e culturali, strutture e sportive spazi ricreativi ecc.…)  senza mezzi economici e, se per ottenerle, siamo chiamati alla fusione, ebbene cogliamo questa opportunità come alternativa di vita ad una agonia di sopravvivenza a cui inesorabilmente sono destinate le piccole realtà. L’identità delle comunità la si garantisce solo se sono soddisfatti i bisogni economico/sociali grazie all’accesso a nuove opportunità.

Non dimentichiamo, infine che con tale progetto verrebbero a fondersi in modo formale, delle realtà che, per urbanistica, tradizioni, relazioni economiche, sociali e familiari sono già sostanzialmente inglobate. Quindi stiamo parlando di dar forma ad una sostanza che già esiste, ma che aumenterebbe di gran lunga le opportunità di crescita e di ricchezza anche in termini di tradizioni, di identità e di sviluppo. Questo salto di qualità dipende solo ed esclusivamente da tutti noi che queste realtà le abitiamo.

Un’occasione unica che non può non essere accolta!

Redazione

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