Felice Maniero e la mala del Brenta

Felice Maniero e la mala del Brenta

Felice Maniero e la mala del Brenta

Se oggi pensate che la criminalità  organizzata sia stata in passato un fenomeno solo dell’Italia meridionale, vi sbagliate in pieno.

D’altra parte anche Alessandro Manzoni nel I Promessi sposi racconta la presenza di criminalità in Lombardia, già negli anni in cui il romanzo è ambientato, i due bravi agli ordini di don Rodrigo che minacciano don Abbondio, il dottor Azzeccagarbugli che si rifiuta di aiutare Renzo dopo aver udito il nome di don Rodrigo, ma anche la travagliata vita di fra Cristoforo prima di prendere i voti, altri non sono che segni palesi di malavita.

In Veneto, che era una regione poverissima e la miseria è terreno fertile per lo sviluppo criminale, operava negli anni 50 un bandito rapinatore, Adriano Toninato di Campolongo Maggiore (piccolo centro sulla riva del fiume Brenta), che era a capo di una banda di circa 60 uomini dediti al furto di bestiame e generi alimentari. Toninato, insieme ad alcuni uomini della sua banda, fu arrestato nel 1958. Tra gli uomini di Toninato spiccava Renato Maniero che, con altri suoi compari, proseguì la sua attività di fuorilegge anche negli anni a seguire. Felice Maniero detto faccia d’angelo, figlio  del fratello di Renato, aveva una forte ammirazione per lo zio, tanto che già da ragazzino voleva seguirne le gesta e,poco più che adolescente, con gli amici di Campolongo formò una nuova banda di ladri e rapinatori di generi alimentari. Ma Felicetto non voleva rimanere un semplice ladro di provincia, lui ambiva in alto, molto in alto.

Negli anni 70 il Veneto conobbe uno straordinario sviluppo economico, nel vicentino nascevano come funghi laboratori orafi e proprio da una rapina dentro uno di questi laboratori che iniziò la scalata criminale di faccia d’angelo. Era così bravo a programmare nei minimi dettagli i colpi che anche le altre giovani batterie chiedevano di collaborare e partecipare alle rapine miliardarie, riconoscendo di fatto la leadership di Felicetto. Ma ancora non bastava, quei siciliani e quei napoletani mandati in soggiorno obbligato in Veneto non dovevano impiantare l’attività di spaccio di stupefacenti nel suo territorio, doveva essere lui il dominatore assoluto, quindi cominciò anche questa attività rifornendosi prima dal boss milanese Francis Turatello e dalla cosca siciliana di Fidanzati, poi direttamente dalle fonti principali, dalla Turchia  per l’eroina, e dal sud America, attraverso il porto di Savona, per la cocaina. Lo stupefacente puro veniva poi rivenduto ai capi zona che si occupavano di tagliarlo e venderlo sulle piazze di spaccio (si dice che Maniero consigliasse di tagliare la droga con latte in polvere perché meno dannoso, un po’ di umanità non guasta mai). Ormai si poteva parlare di una vera e propria mafia, la mala del Brenta, che estese i suoi tentacoli  anche sulle case da gioco di Padova, Venezia e della vicina Slovenia. Ma ancora non bastava a Felice Maniero che impose il pizzo a suon di linciaggi anche ai cambisti che si aggiravano fuori dai casinò, un milione e mezzo di lire al giorno, e poi ancora traffico d’armi, e poi ancora corruzione ad alcuni uomini dello stato che gli fornivano informazioni sulle indagini che le forze dell’ordine effettuavano su la mala del Brenta, e poi ancora furti di opere d’arte. La male del Brenta aveva sotto controllo l’attività criminale su un territorio vasto, dal Veneto sino a Reggio Emilia e Modena. Tra le rapine più spettacolari compiute da Felice Maniero e la sua banda è da ricordare quella quella compiuta all’aeroporto di Venezia il primo dicembre del 1983, quando portarono via 170 kg di oro in partenza per la Germania senza sparare un colpo, il valore del bottino fu oltre 3 miliardi di lire.

Qualche rapina non va bene come quella del 13 dicembre del 1990, una batteria di Maniero prova a rapinare il vagone postale del treno Venezia-Milano. Sbagliano tutto, e l’esplosivo necessario a far saltare il portellone sventra il treno che sta passando sull’altro binario uccidendo la 22enne universitaria Cristina Pavesi e ferendo 15 persone. Nel ventennio che va dai primi anni ’70 agli inizi degli anni ’90 la mala del Brenta aveva creato un vorticoso quanto imponente giro d’affari di miliardi e miliardi di lire e Felice Maniero, capo indiscusso, reggeva il confronto con i capi delle altre mafie più blasonate, faccia d’angelo era temuto e rispettato, amante delle Ferrari e di belle donne, ebbe 4 figli con 4 donne diverse. Naturalmente non mancarono le controversie interne, tutte risolte con atroci delitti come quello dei fratelli Rizzi, capi zona della Giudecca, rei di essersi riforniti di stupefacenti da altri canali e di aver tentato di espandersi nella zona controllata dai mestrini.

Felicetto fu arrestato la prima volta nel 1984 mentre pranzava in un ristorante a Modena, venne rinchiuso nel carcere di Fossombrone da dove continuava a impartire ordini ai suoi sodali.

Evade nel 1987 insieme ad un brigatista, ma l’ispettore Michele Festa, che lo aveva arrestato a Modena, si rimette sulle sue tracce, fino a quando non riceve la soffiata giusta, un imprenditore veneto aveva acquistato uno yacht da un cantiere nautico di Livorno, pagandolo in contanti e gli fece dare il nome “Lucy” (la mamma di Maniero si chiamava Lucia Marcazan, alla quale Felicetto era particolarmente legato). Seguendo i piani di navigazione, il 14 agosto del 1993 un gruppo di poliziotti in borghese,guidati da Michele Festa, bloccano Maniero sul molo del porto di Capri. Venne rinchiuso prima nel carcere di Vicenza, poi in quello di Padova da dove evade ancora dopo aver corrotto un agente. Gira in Europa per qualche mese, probabilmente per sistemare i suoi conti bancari esteri, quindi si lascia arrestare a Torino mentre passaggio tranquillamente per le vie del centro, era il 12 novembre del 1994.

Rinchiuso nel carcere di Opera, sei mesi dopo Felice Maniero compie l’ ultimo colpo di scena, diventa collaboratore di giustizia, mettendo fine a quel gruppo criminale che contava oltre 400 associati. Maniero dichiarerà che il suo patrimonio ammontava 36 miliardi di lire, ma gli investigatori stimarono invece un patrimonio di oltre 100 miliardi di lire ben nascosti in conti esteri.

Oggi Felice Maniero vive sotto falso nome in una località segreta.

Giancarlo Panico

Giancarlo Panico

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