Evidentemente le scarpe degli altri ci puzzano

Quante volte ci si rifiuta di fare l’elemosina? Quante volte si sente dire ‘non gli do nulla perché quello a fine mese guadagna più di me’? Quante volte giudichiamo troppo velocemente
chi si avvicina per chiederci qualcosa? Sono questi i temi dell’ultima intervista di Papa Francesco rilasciata a Scarp de’ tenis, giornale di un progetto che coinvolge in prima persona i senzatetto, chi vive un disagio personale e chiunque venga escluso dalla società.

La frase che racchiude tutto il pensiero di questa intervista è, non a caso, “mettersi nelle scarpe degli altri”.

«È molto faticoso mettersi nelle scarpe degli altri, perché spesso siamo schiavi del nostro egoismo. A un primo livello possiamo dire che la gente preferisce pensare ai propri problemi senza voler vedere la sofferenza o le difficoltà dell’altro. C’è un altro livello però. Mettersi nelle scarpe degli altri significa avere grande capacità di comprensione, di capire il momento e le situazioni difficili».

Quanti di noi fanno attenzione al tenore di vita che conduce il senzatetto del supermercato sotto casa, per poi decidere se merita 10 cent? Quanti di noi pretendono di sapere quei dieci cent per cosa dovrebbe spenderli? Quanti di noi, se vedono una persona povera (economicamente) bere un po’ di vino, sentono il diritto non solo di giudicare, ma di decidere che quella persona non merita più alcun attenzione, solo perché non ha investito (ed il termine economico è da considerarsi sarcasmo vista la cifra) la nostra elemosina come pretendevamo. Noi pretendiamo di sapere, di capire, ma per capire bisogna mettersi nelle scarpe dell’altro. Invece noi usiamo la parola, parliamo sentendoci forti della nostra realtà. Tutti avremmo bisogno di comprensione, quella vera.

«Se pensiamo poi alle esistenze che spesso sono fatte di solitudine, allora mettersi nelle scarpe degli altri significa servizio, umiltà, magnanimità, che è anche l’espressione di un bisogno. Io ho bisogno che qualcuno si metta nelle mie scarpe. Perché tutti noi abbiamo bisogno di comprensione, di compagnia e di qualche consiglio. Quante volte ho incontrato persone che, dopo aver cercato conforto in un cristiano, sia esso un laico, un prete, una suora, un vescovo, mi dice: «Sì, mi ha ascoltato, ma non mi ha capito». Capire significa mettersi le scarpe degli altri. E non è facile. Spesso per supplire a questa mancanza di grandezza, di ricchezza e di umanità ci si perde nelle parole. Si parla. Si parla. Si consiglia. Ma quando ci sono solo le parole o troppe parole non c’è questa “grandezza” di mettersi nelle scarpe degli altri».

Nel corso dell’intervista non si poteva non parlare dei migranti, che forse in questo momento storico sono i più attaccati ed emarginati. A tal proposito il Papa ha detto:

«Accogliere significa integrare. Questa è la cosa più difficile perché se i migranti non si integrano, vengono ghettizzati. Da Lesbo sono venuti con me in Italia tredici persone. Al secondo giorno di permanenza, grazie alla comunità di Sant’Egidio, i bambini già frequentavano le scuole. Poi in poco tempo hanno trovato dove alloggiare, gli adulti si sono dati da fare per frequentare corsi per imparare la lingua italiana e per cercare un qualche lavoro. Certo, per i bambini è più facile: vanno a scuola e in pochi mesi sanno parlare l’italiano meglio di me. Gli uomini hanno cercato un lavoro e l’hanno trovato. Integrare allora vuol dire entrare nella vita del Paese, rispettare la legge del Paese, rispettare la cultura del Paese, ma anche far rispettare la propria cultura e le proprie ricchezze culturali. L’integrazione è un lavoro molto difficile […]. Ricevere, accogliere, consolare e subito integrare. Quello che manca è proprio l’integrazione. Ogni Paese allora deve vedere quale numero è capace di accogliere. Non si può accogliere se non c’è possibilità di integrazione»

Capire come presupposto per accogliere ed integrare; fino a quando, però, faremo la lotta contro le fotografie di uomini di colore seduti ad un tavolino di un bar sarà difficile integrare e comportarci da quello che dovremmo essere, cioè fratelli. Non solo d’Italia, anche perché molto spesso i medesimi comportamenti si riservano a nostri connazionali caduti in povertà. Questi ultimi, però, diventano “utili strumenti” di propaganda quando bisogna sconfiggere il nemico straniero che viene nel nostro Paese a toglierci chissà cosa. Pretendiamo che, per dare loro qualcosa, siano loro a darsi da fare. E loro cercano per quello che possono di farlo. Ricordiamo che chi ottiene il diritto d’asilo non può lavorare. E allora ecco che nei parcheggi dei supermercati si danno da fare con i carrelli, vogliono dare una mano con le buste della spesa, e così via. Giusto per la loro dignità, perché noi facciamo pesare loro tutto questo ancora di più. Certamente alcune volte sono fastidiosi, questo non si può negare, ma lo sono più del salumiere che al supermercato ci domanda se abbiamo bisogno di cose che noi non abbiamo chiesto? Anche questo è altamente fastidioso. Il motivo per cui lo fanno è lo stesso, cercare di ottenere qualcosa: i primi per sopravvivere, i secondi per incrementare le vendite. Continuare in questi discorsi potrebbe far cadere anche chi è spinto da buone intenzioni nella presunzione di capire ciò che vivono queste persone. Allora bisogna prima cambiare noi stessi e in un secondo momento progettare percorsi legislativi per eliminare questa situazione.

Marco Mariano

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