Epaminonda Valentino, icona del mazzinianesimo salentino

di Vittorio Zacchino

zacchinoPurtroppo la sua attività politica è documentabile soltanto con carte di polizia del 1848, ché invece, per il quindicennio precedente, quando la Giovine Italia si viene affermando anche a Nord del Salento, non si dispone che di testimonianze non verificabili, spesso espresse in stato di emotività da alcuni scrittori nostri di cose risorgimentali: dal napoletano Beniamino Marciano, al barese Saverio La Sorsa, ai salentini Sigismondo Castromediano, Pietro Palumbo, Ettore Vernole, ecc. Frammenti e tessere sparse da cui si coglie, comunque, il profondo amore di Valentino per la libertà e l’indipendenza della patria. Una passione ed una dedizione alla causa per la quale nel 1849 perderà la vita ed un rilevantissimo patrimonio.

Giuseppe Libertini
Giuseppe Libertini

Il punto è questo: del patriota si conoscono perfettamente anche i dettagli del suo arresto e la sua fine straziante, le ultime gesta disperate, sia pure talvolta incartate di pietismo e di immaginosità; ma, per quanti scavi archivistici si sia tentato di fare, non si è mai potuta datare la sua iniziazione al verbo di Mazzini, né precisare i tempi, gli uomini, e lo spessore della sua attività di cospirazione e di   proselitismo. Senza tuttavia dimenticare l’eredità ideale da lui trasmessa al coevo e futuro repubblicanesimo salentino e ai suoi nobili padri da Gaetano Brunetti, a Giuseppe Libertini, a Bonaventura Mazzarella, Nicola Mignogna, Salvatore Morelli, e giù giù, fino ad Antonio Vallone, Egidio Reale, Luigi Corvaglia, Pantaleo Ingusci, per restare in ambiti salentini.

Si è scritto e si ritiene comunemente che Valentino sia stato emissario mazziniano giunto da Napoli in Terra d’Otranto per creare famiglie della Giovine Italia in Gallipoli, Lecce, ed altri centri del Salento.

All’associazione aderì perfino il duchino Castromediano, il quale, però se ne allontanò dopo soli dieci giorni, disgustato dai “ridicoli arcani” della setta, e “convinto che nelle sette non si ragiona, ma s’impone”; atteggiamento in linea col temperamento distaccato del Castromediano che, tuttavia, ci fornisce una prova dell’attività della stessa Giovine Italia. (Carceri, I, p.18). E forse acclara quel retroterra sotterraneo di filiazioni mazziniane in provincia di Lecce ascrivibili al dinamismo di Epaminonda.

antonietta-de-pace
Maria Antonietta De Pace

Nella biografia di Antonietta De Pace (certo fonte diretta e di prima mano) il Marciano ricorda il matrimonio di Rosa, sorella maggiore di Antonietta, con Epaminonda, che dice “gentiluomo oriundo di Napoli, generoso, liberale, e di carattere antico, che ritirò in casa con la moglie anche l’Antonietta” (Marciano, p. 26), e traccia questo breve profilo del Valentino che è, probabilmente, il ceppo originario cui hanno attinto i biografi seriori: “Epaminonda Valentino, fiero cospiratore, andava e veniva da Napoli, dove conferiva con Poerio,  Conforti, Pepe e tutti gli altri cospiratori politici; e ne riceveva le istruzioni, che erano quelle di Mazzini che governava tutto il movimento della Giovine Italia, fondata da lui in Marsiglia al 1831. Il Valentino aveva diramata nella provincia di Lecce la cospirazione; ed egli da Gallipoli ne governava il movimento”.

nicolo-mignogna
Nicolò Mignogna

Anche il Palumbo immaginò, non senza   svolazzi retorici, che il patriota fosse stato dello stuolo dei tanti studenti napoletani e salentini affiliati alla Giovine Italia dall’attrice Adelaide Ristori, ed in seguito avesse introdotto la setta in Lecce di unità con Salvatore Pontari. (Risorgimento Salentino 1911 –  ora 1968, p.416).  Aggiungendo che, grazie all’opera di Valentino, la provincia era “progredita sulla via degli ideali di libertà“ e Gallipoli era divenuta “il centro di un’agitazione repubblicana”.  Ed ancora che da Gallipoli il patriota si recava a Napoli ogni mese “per conferire col Mignogna, col Conforti e col Pepe”, e da lì “ritornava con lettere del Mazzini e spandeva la buona novella nei Comitati di Lecce, di Taranto, di Brindisi”, servendosi di una rete di “messi e corrieri fidati, incaricati di diffondere la corrispondenza: le circolari mazziniane (che) giungevano nelle stecche di ceralacca, nei sacchi di carbone, tra le reti
delle barche da pesca” (p.453-54).  Anche Maria Del Bene nel 1919 ha accreditato l’ipotesi della presenza clandestina del Valentino in retrobottega di Lecce, caffè, o librerie, e in particolare la legatoria di G. Bortone negli anni ’40 dell’Ottocento (p.15), dove avrebbe avuto occasione di incontrare altri mazziniani (Pontari, Tuzzo, D’Arpe, i fratelli Stampacchia e G. Libertini). Aneddoti, come credo, verosimili, che in buona sostanza potrebbero essere realmente avvenuti, ma che non è possibile appoggiare a documenti.  Come l’affermazione, forse gratuita, della stessa Del Bene, la quale, parlando di Giovanni Calcagni, che fu uno dei primissimi affiliati e promotore del verbo di Mazzini a Mesagne e Ostuni, e venne processato e condannato a Lecce nel luglio 1833, azzarda che questi “agì concordemente al Valentino ma non sappiamo se dipese da lui”. (p.10).

Finalmente il 1966 si esce dal vago grazie agli studi di Franco Della Peruta, il quale scava con rigore storiografico sulle filiazioni dell’organizzazione mazziniana in Puglia e in Terra d’Otranto, e presenta   risultati storicamente ineccepibili, facendo giustizia di ogni tipo di precedente illazione. Sicché dal quadro complessivo degli affiliati da lui proposto, attraverso l’attenta lettura delle carte processuali e la Sentenza della Commissione suprema per i reati di stato, emessa a Napoli il 5 luglio 1838, viene fuori del  Salento leccese l’istantanea di una terra totalmente estranea alla organizzazione mazziniana, una specie di deserto dei tartari, fortunatamente trasformatosi in oasi di patriottismo  un po’ più a Nord,  grazie alla  intensa attività cospirativa documentata a Taranto (e Martina Franca) e  ancor più a Brindisi con  ricchezza di filiazioni a Carovigno, Francavilla Fontana, Latiano, Mesagne, Oria, nel quale ultimo centro  agiva il calzolaio  trentacinquenne Feliciano Marsella che venne arrestato e  condannato a due anni di ferri.

Se può consolare, ricordo che fra gli affiliati alla Giovine Italia di Taranto è registrato il salentino di Galatina Giovanni Dumas, un ex olivetano di probabili origini francesi ed affinità onomastica con l’omonimo celebre autore de Il Conte di Montecristo, il quale aveva dismesso il saio e si era dato alla mercatura.  Stiamo parlando del periodo 1833-1837 e non c’è alcun sentore di Giovine Italia da Lecce in giù.  Dirò di più: negli elenchi tarantini e brindisini riportati dal Della Peruta non vi è neanche un cenno del Valentino, ossia di colui che è stato e viene indicato ancor oggi, unanimiter, in scrittarelli supportati più dall’aneddotica che dalla documentazione, come il padre della Giovine Italia e dell’organizzazione mazziniana salentina.

Vi è, tuttavia, una singolare coincidenza ed è che, proprio quel 1838, Epaminonda Valentino decidesse di stabilirsi definitivamente a Gallipoli (forse anche per motivi patrimoniali in seguito alla morte del padre Vito,) dove il 28 ottobre contrasse matrimonio con Rosa De Pace. Coincidenza che mi fa sospettare che sia gli affari di famiglia, sia lo stesso matrimonio fossero sì motivazioni importanti per accasarsi nella paterna Gallipoli, ma anche stimolo per cospirare, rifondare, riorganizzare il movimento mazziniano, duramente colpito dalla dura sentenza napoletana del 10 luglio.  Non vi è alcuna prova di quel che vado esponendo. E tuttavia, come spero, le mie supposizioni potrebbero diventare anche vostre nel prosiego di questa esposizione.

Sulla scia di Della Peruta, a qualche mese dall’uscita del  suo saggio edito nella rivista “Critica Storica” a novembre del 1966, usciva a Lecce il 1967 il volume  di Michela Pastore, Settari in Terra d’Otranto, nel quale, avvalendosi  anch’essa di carte processuali, ribadiva sostanzialmente le tesi di Della Peruta, aggiungendo almeno un  elemento di novità, e cioè che la “Giovine Italia” era stata introdotta in Terra d’Otranto ad opera di mercanti venditori di coperte che passavano in numero notevole per Taranto e Brindisi  tra il 1833 e il 1837: gli Chapelat, i Bertrand, i de Conche, i Costa. (Pastore, pp.143-48).

 Si tratta, scrive la Pastore, della Società della Propagazione dei Lumi in Italia, che comincia a diffondersi verso il 1836 in Terra d’Otranto come setta della Propaganda che “non è che la seconda setta mazziniana che alla Giovine Italia si affianca, sorreggendola e talvolta confondendosi con essa”. (p.148). Giuseppe Casarano, un legale affiliato alla setta di Taranto, arrestato e condannato a 24 anni di ferro, conferma che si tratta esattamente della Giovine Italia, allorché ripete a memoria il testo del giuramento che corrisponde inequivocabilmente a quello della “Giovine Italia”.

 Se è vero che vi aderirono con entusiasmo i nostri giovani di tutte le classi sociali, è pur vero che anche l’analisi della Pastore non incontra l’uomo di cui devo parlarvi: Epaminonda Valentino. Anche se la stessa Pastore qualche anno prima, il 1961, aveva reso noti fra i tantissimi, anche i processi in cui Valentino fu imputato nel 1848 e 1849.

Insomma allo stato delle ricerche odierne la sola inoppugnabile certezza è che Epaminonda Valentino fu sì cospiratore, organizzatore e promotore della Giovine Italia, e mazziniano fervente, ma limitatamente al 1848.

Pur non essendo stato un forte pensatore, e non avendo lasciato scritti di rilievo, Valentino esercitò un grande fascino sui contemporanei di Gallipoli e della provincia, segnatamente sugli scrittori dei nostri fatti risorgimentali sui quali produssero forte impressione il suo arresto e la sua morte per infarto avvenuta in carcere a Lecce nel 1849. Giovarono al suo fascino il magistero patriottico di lui sulla celebre cognata Antonietta De Pace, la contiguità e gli immancabili accostamenti tra i due, creati in epoche successive dalla più varia pubblicistica.

 Esporrò in sintesi le vicende biografiche del patriota perché è giusto averne conoscenze meno approssimative e per sottrarle a luoghi comuni e a disinformazioni che continuano ad essere reiterati e riproposti con acritica superficialità.

 Nonostante nascesse a Napoli il 3 aprile 1810 dal consigliere d’intendenza Vito Valentino (1768-…) di Gallipoli e dalla napoletana Cristina Chiarizia (Napoli 1777 – Gallipoli 1822), Epaminonda Valentino aveva chiara discendenza salentina ed era gallipolino a tutti gli effetti.  Però le sue radici vanno cercate a Copertino.

Infatti i Valentino (e colgo l’occasione per sottolineare la forma “Valentino” rispetto alla forma “Valentini”, ripetuta da tutti) appartenevano ad antica e ricca famiglia di Copertino (dove sono ancora attestati) e vantavano fra gli antenati un altro Epaminonda, personaggio eminente che era stato procuratore dell’Università nel 1567 e sindaco di Copertino nel 1575.

Nel 1764 un suo discendente, Carlo Emanuele, nobile vivente copertinese figlio del possidente Donatantonio e di Veronica Mezio, si era trasferito a Gallipoli per sposare la facoltosa nobildonna Caterina De Tomasi figlia di Vito e di Carmela Doxi Stracca (nipote ed ereditiera del facoltosissimo banchiere Nicola Doxi Stracca) con la quale procreerà Vito (padre di Epaminonda) ed altri sei figli.

 In seguito alle nozze gallipoline il nonno di Epaminonda aveva messo insieme un patrimonio “al di sopra delle 264.000 lire” e, in più, i cespiti provenienti dalle mansioni di pro amministratore della primaria Dogana di Gallipoli e di cassiere dell’Arrendamento dell’olio e sapone, per cui la famiglia Valentino era considerata “come una delle più ricche della provincia di Lecce”. Purtroppo a Carlo Emanuele Valentino era riservato, nel breve volgere di qualche anno, un destino decisamente avverso in quanto per sua incredibile dabbenaggine aveva perso gran parte della sua proprietà fin da prima della nascita dei figli, carpitagli da agenti infedeli, ed era giunto al punto di impegnare la dote della moglie.

Durante i torbidi del 1799, cui partecipò incautamente, non fu risparmiato neanche dall’anarchia popolare, per cui fu arrestato con l’accusa di essere repubblicano e reo di stato, insieme a Filippo Briganti, Nicola Massa, Costantino Rossi, Bartolomeo Ravenna, ma in realtà allo scopo diversivo di consentire alla plebe l’agevole    saccheggio dei loro palazzi e l’esproprio proletario.  Scriverà Vito Valentino in una interessantissima memoria legale che suo padre Carlo era stato vittima di “non pochi briganti” e “soggiacque con tutti i buoni all’arresto”.

 Ma non è tanto dal nonno o dallo zio Giovanni, carbonaro e sindaco nel 1822, che Epaminonda derivò il proprio DNA di rivoluzionario, quanto dalla madre Cristina, la quale aveva partecipato alle vicende napoletane del 1799 e al tentativo fallito di liberare i prigionieri politici dalle segrete di Castelnuovo, che costò poi il saccheggio alla casa paterna.

 La circostanza per cui Cristina Clarizia morì a Gallipoli il 16 marzo 1822, quando Epaminonda aveva soltanto 12 anni, ci dice che Epaminonda trascorse gli anni della puerizia a Gallipoli insieme alla madre e alle sorelle Caterina ed Elisabetta. Ed ebbe la prima educazione in quella città, anche in casa del citato zio Giovanni Valentino, casa dalla polizia ritenuta “covo di carbonari”.

Compiuti gli studi a Napoli, dove visse con le sorelle e col padre fino alla morte di quest’ultimo, nel 1838 ritornò a Gallipoli per rimettere ordine all’eredità familiare e per ammogliarsi.

Ereditava un immenso patrimonio, destinato purtroppo a sgretolarsi nel 1847. Come già accaduto al fatuo nonno Carlo alla fine del ‘700. Questa volta non per stupidità, bensì per il fuoco divorante della passione e della lotta politica.

 Già dal 1839, ad un anno appena dal matrimonio, Epaminonda è costretto ad ipotecare i suoi beni in cambio del prestito di ben 10.000 ducati. E fino a tutto il 1847 infiniti sono i rogiti da me reperiti di sue contrattazioni, vendite, ipoteche. Per cui sembra lecito chiedersi: a cosa potevano servirgli quei diecimila ducati? E siccome non si hanno riscontri che sia stato un superficiale sprecone, come il nonno Carlo, la risposta non può che essere una sola: il patriota e cospiratore di Gallipoli impegnò i propri averi per finanziare gli ideali risorgimentali e, quindi, la rivoluzione a Napoli, Gallipoli è in tutto il Salento. Come del resto il suo compagno Leopoldo Rossi che errava a cavallo per sottrarsi all’arresto e distrusse gran parte del suo vistoso patrimonio “per le cambiali ch’egli firmava stando in arcione”. Così precipitandosi nei debiti.

Ligio alle esigenze del finanziamento della causa cui lo stesso Mazzini darà primaria importanza nel 1858, secondo che leggiamo in questo documento

<<AI FRATELLI DELLE SEZIONI PENINSULARI E INSULARI DEL SUD.

 È un guasto radicale del nostro partito quello di non avere un fondo alimentato da tutte le sezioni del partito stesso, e si lasci a pochi la cura di raccogliere mezzi per la propaganda generale.  

Se Pisacane avesse potuto aver seco il doppio di forze superava Padula e forse a quest’ora eravate in piena rivoluzione. 

Il partito può dare uomini quanti si vogliono, non mezzi, se il Partito s’adopera collettivamente a raccoglierli.

Voi avete nei vostri ranghi uomini facoltosi. Bisogna dir loro che il successo è una questione di mezzi e che a fronte di quei che pongono risolutamente la vita per gli altri, quei che possono non dovrebbero esitare un solo istante a porre una menoma parte dei loro averi per formare una Cassa centrale>> (G. MAZZINI).

 Londra 2 febbraio 1858

1848

Il 29 gennaio 1848, come è noto, Ferdinando II Borbone concesse lo statuto costituzionale, illudendo i liberali e provocando a Napoli l’insurrezione sanguinosa del 15 maggio.

Sigismondo Castromediano
Sigismondo Castromediano

Pervenute a Lecce le notizie di quella luttuosa giornata, Nicola Schiavoni e il prete Nicola Valzani propongono che “si dichiari decaduta la spergiura dinastia e s’istituisca un Governo Provvisorio”. Ma la proposta cadeva nel vuoto, avversata dai conservatori i quali, attenti a non esporre se stessi e le proprie sostanze, contrastarono via via, unitamente ai democratici, la formazione di un Comitato Provvisorio di Pubblica Sicurezza che, sotto la presidenza del can. Giosuè Leone, aveva lo scopo di “garantire l’ordine pubblico, le sostanze e le persone da qualunque violenza, da qualunque illegalità”, e, inoltre, una Dieta Provinciale presieduta da Bonaventura Forleo. Persistendo le divergenze, i radicali costituirono il Circolo Patriottico Salentino con Presidente Bonaventura Mazzarella e Segretario Sigismondo Castromediano. (A. Lucarelli, I Moti rivoluzionari del 1848 nelle Provincie di Puglia, Bari 1948, p.35).

In seguito a questa fondazione, si affermò la tendenza di installare circoli costituzionali in paesi anche piccoli. Ma spesso questi circoli   perdettero di vista l’obiettivo per cui erano sorti – la cospirazione per cambiare il governo ed opporsi alla reazione- e si trasformarono in covi di maldicenza e di trame per consumare rivalità e vendette.  Solitamente vi si fece un po’ di rivoluzione a parole.

 Epaminonda Valentino, in buona fede, li considerava occasioni di crescita e di maturità politica e mezzo di penetrazione nelle masse e di arruolamento di patrioti, per combattere ed abbattere il regime borbonico. Per tali ragioni, secondo le accuse che gli furono mosse, si era dato anima e corpo ad installare circoli   costituzionali e governi provvisori un po’ ovunque in tutto il Salento. Verosimilmente anche a sue spese. Diversi di questi circoli che lo ebbero instancabile animatore coincidevano con riunioni della mazziniana “Giovine Italia”. Tali furono, tra gli altri, quello di Presicce sorto ad iniziativa di Ercole Stasi, quello di Nardò dovuto a Nicola Ingusci, e, naturalmente, quello di Gallipoli cui aderivano il sindaco Nicola Massa, Carlo Rocci Cerasoli, Francesco Patitari, Leopoldo Rossi, Emanuele Barba, Bonaventura Mazzarella, l’oriundo francese Emilio Vienot, e lo stesso Epaminonda Valentino.

A causa del carattere elitario del movimento, l’azione dei patrioti non faceva presa alcuna sulle popolazioni che restavano indifferenti e passive perché non ci vedevano per sé alcun bene reale. Anche i liberali più ferventi non si rendevano conto delle difficoltà pratiche di conquistare le masse popolari, le quali, tenute per secoli nell’ignoranza, non avevano coscienza dei propri diritti e dei propri doveri.

 E tuttavia i patrioti, e fra essi Epaminonda Valentino, si adoperavano per portare quelle masse sulle loro posizioni, illudendosi di poterle convincere e acquisire alla causa della rivoluzione, e quindi alla lotta per cambiare la forma del governo.

Epaminonda Valentino fu tra i salentini che parteciparono alla resistenza napoletana del 15 maggio, e dopo la sconfitta della rivoluzione, mentre questa si spostava nelle campagne meridionali, in Sicilia e in Calabria, in Basilicata e Terra d’Otranto, era rientrato a Gallipoli e si era dato anima e corpo ad organizzare anche in provincia di Lecce l’insurrezione allo scopo di rovesciare la monarchia borbonica.  La sua attività cospirativa si ispirava assai più all’istanza costituzionale che a rivendicazioni di carattere sociale.

bonaventura-mazzarella
Bonaventura Mazzarella

 D’altra parte Valentino, rampollo di un casato emergente della borghesia illuminata salentina, non possedeva la sensibilità sociale e le aperture coraggiose del concittadino Bonaventura Mazzarella. Egli faceva pur sempre parte della borghesia terriera e intellettuale, intelligente e generosa, e pervasa degli ideali di libertà, ma non poteva sentire il problema sociale perché non era un problema suo e perché ancora nel ’48 era allo stato albale. Nonostante il concetto mazziniano di popolo, egli sembra distante dalle lotte del proletariato che invase le terre degli agiati in vari centri, specialmente del tarantino e della Basilicata, reclamandone l’assegnazione.

Le elezioni-farsa del 3 maggio, che portarono in parlamento preti e conservatori, come il teologo Giuseppe Leante di Galatone, il più suffragato, avevano sancito l’affermarsi di quell’antico gattopardismo di facciata interessato, come sempre, a mantenere immutati gli equilibri esistenti senza cambiare niente. Pertanto i liberali si impegnarono in operazioni di boicottaggio della seconda tornata fissata al 15 giugno, anche in contrasto con le compagnie della Guardia Nazionale locale. Leopoldo Rossi, ad esempio, il 14 giugno fomentava i liberali di Galatone a disertare le urne il giorno dopo, svillaneggiando il re come violatore della costituzione, alla presenza del giudice circondariale Ruggiero.

 A luglio 1848 Valentino, accompagnato da Gioacchino Maglietta, raggiunse in carrozza Presicce e precisamente la casa dell’amico Ercole Stasi dove si asserisce abbia incontrato gli aderenti al circolo patriottico locale, tra i quali il Presidente Giulio Seracca, i fratelli Martano, Luigi Cavalcanti e molti altri. Secondo le accuse i sediziosi di Presicce si riunivano assiduamente “ora in casa di uno, ora in casa di un altro a solo fine di tentare una rivoluzione contro il governo e che andavano armati di pugnale”. Parecchi degli imputati “conservavano nelle rispettive abitazioni munizioni, armi e carte di corrispondenza colli altri Comuni”. E tutto questo nonostante la vigilanza delle guardie nazionali agli ordini di Michele Arditi. Dopo aver pernottato a casa di Stasi, Valentino e Maglietta andarono anche a Diso col disegno di crearvi un governo provvisorio.

Ben più articolati furono gli avvenimenti avvenuti a Gallipoli il 19 maggio. Ma Valentino non vi aveva potuto partecipare materialmente perché stava ancora a Napoli.

 Tuttavia i fatti di Gallipoli parlano il lessico della mazziniana “Giovine Italia” che, forte di numerosi adepti reclutati per lo più da Valentino e dalla De Pace, rispose alla convocazione di Nicola Franza, convenendo ad Alezio nel romito villino di Camerelle di Stanislao De Pace, cognato di Epaminonda da Gallipoli, e da tutti i centri del distretto. Vi presenziarono: Stanislao De Pace, Pasquale Franza, Luigi Senape, Nicola Massa, Carlo Rocci Cerasoli, Leopoldo Rossi, Luigi marzo, Francesco Patitari, Luigi Laviano, Santo Barba, Vitantonio De Vita, ed altri.

L’obiettivo, su cui si discusse ampiamente, era il disarmo del presidio militare del castello per procurarsi le armi, in caso non si fossero visti, come non si videro, i 300 fucili che il sindaco Massa aveva richiesto per la Guardia Nazionale fin dal 14 febbraio.

Così il 19 maggio il sindaco Massa e i capitani delle guardie nazionali Francesco Patitari e Carlo Rocci Cerasoli presero le redini della insurrezione a Gallipoli. Intimarono al castellano Giuseppe Musso la consegna della fortezza, delle chiavi della città e della polveriera.  In breve disarmarono la guarnigione ed armarono la Guardia Nazionale, occuparono e presidiarono le casse del Controloro e del Ricevitore distrettuale, e soprattutto la Posta dove requisirono le corrispondenze del Sottintendente dirette alle autorità e sequestrarono nella casa dell’ispettore d’Avino i rapporti segreti a carico dei patrioti. Finalmente costituirono il governo provvisorio.

Il 22 maggio, Bonaventura Mazzarella, giudice circondariale di Novoli, si dimetteva con istanza scritta indirizzata al Procuratore generale del Re. E come il Borbone scioglieva il parlamento liberale fuggiva esule a Corfù.

Al processo, noto come Istruzione relativa alla cospirazione avente per oggetto di cambiare la forma del governo, avvenuta nel corso del 1848 in Gallipoli a carico di diverse persone (Nicola Massa ff. da sindaco, Epaminonda Valentini di Napoli, domiciliato in Gallipoli, Carlo Rocci Cerasoli, Francesco Patitari, Leopoldo Rossi, Emanuele Barba, Bonaventura Mazzarella, l’oriundo francese Emilio Vienot, domiciliato in Gallipoli, ed altri) Valentino dovette difendersi da queste generiche imputazioni, anche se i testimoni dichiararono concordemente la sua assenza dai fatti di Gallipoli. Ma non potevano tacere che a gennaio, al momento della concessione della costituzione, egli avesse festeggiato pubblicamente, e che “in unione di altri di questa popolazione gridava dicendo: Viva il Re, Viva la Costituzione”. Il notaio Antonio Piccioli precisava che “dopo la Costituzione se ne andò in Napoli, e fatto ritorno in Gallipoli nella fine di maggio o primi di giugno del passato anno, se ne andò in campagna colla sua famiglia in Villa Picciotti”, e ancora che “abbia fatto parte del Circolo di Gallipoli, come conosce per averne fatto anch’esso parte”. Ci fu pure chi, come il sessantenne Giuseppe Bianco postiere del lotto, riferì di un alterco violento fra Valentino e il prete Nicola Veneziano con scambio reciproco di insulti, come quello di indegnità dell’abito che indossava e di “sanfedista e spia del governo” rivolto al prete da Epaminonda, a sua volta definito dall’altro” scellerato infame”.

 Ma le accuse più gravi saranno, evidentemente, quelle di eccitazione delle popolazioni del gallipolino, e in sintonia con le decisioni del circolo patriottico provinciale “di formare delle bande armate le quali dovevano opporsi all’ingresso delle truppe regie in questa Provincia”, e di più, attuare le risoluzioni adottate nel circolo di Lecce, di resistere alla truppa regia, impedendone il disbarco. In modo che “Gallipoli dovesse sostenere la resistenza non più che due ore, giacché dopo tal tempo sarebbero arrivati da Lecce e da altri luoghi i rinforzi liberali”.

Il cancelliere di polizia D’Avino aggiungeva:” Per voce pubblica ho sentito dire che il riscaldato Epaminonda Valentino sia stato quello che siasi condotto in diversi luoghi di questo distretto per spargere delle massime sovversive, ed eccitare la gente a non pagare i pesi pubblici, a non spedire coscritti, e neppure i congedati richiamati a servire” (pp.66-69).

La reazione era pronta a soffocare ogni libera voce ed anelito di libertà, così come gli opportunisti a trarne vantaggio personale, col ricorso alla calunnia e alle delazioni. Gli stessi decurionati, a parte rare eccezioni come Galatone e Nardò, avevano sottoscritto la petizione di revoca di quella costituzione appena festeggiata, senza fare una piega.

Quando il 24 luglio 1848 fu evidente che il Circolo Patriottico Provinciale era lacerato dal dissenso interno, dominato da moderati all’acqua di rosa e da conservatori, Bonaventura Mazzarella, convinto che il circolo era impotente ad eccitare la difesa popolare contro la spedizione militare punitiva del Colonna, che era già alle porte di Lecce, ne propose lo scioglimento. Nell’assemblea che bocciò la proposta Mazzarella erano presenti, fra gli altri, Oronzo De Donno, Sigismondo Castromediano, Gioacchino Stampacchia, Aureliano De Mitri, Epaminonda Valentino.

 Venne arrestato, dopo essere lungamente sfuggito alla polizia che lo braccava, nel Villino Doxi Stracca a Camerelle presso Villa Picciotti(Alezio).

Il racconto delle sue sofferenze nel fetido carcere centrale di Lecce, dove Epaminonda, malato di cuore, si spense la notte del 30 settembre 1849, dopo meno di cinque mesi di detenzione, è una commossa pagina del diario di carcere di Castromediano, così universalmente nota che ve la risparmio. Merita di essere ricordato, invece, il breve profilo che dello sfortunato compagno scrisse il duca di Cavallino:” gentile e colto, di modi distinti, e piacevole favellatore, di largo cuore, di carattere fermo, e di propositi irremovibili, che amava la patria con intensità di sincero patriottismo”.

E mi piace pure aggiungere l’epigrafe dettata dal compagno di cella Salvatore Stampacchia:

“QUI LA NOTTE DEL 30 SETTEMBRE 1849 – APPRESSO QUATTRO MESI E VENTI GIORNI –  DI CATTIVITA’ – EPAMINONDA VALENTINI – RIDENDO – E PER SINCOPE – EMISE L’ULTIMO SPIRITO – MANCO’ DEL BACIO DE’ SUOI – S’EBBE ABBONDEVOLI LE LAGRIME DEGLI AMICI”.

 Questo nell’indifferenza della Gran Corte Speciale che –come scrisse il Pupino Carbonelli in una monografia dedicata al Mignogna– “condannò il Valentini alla pena capitale sei mesi dopo che quegli era sceso nella pace del sepolcro”.

Avatar

Redazione

leave a comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Create Account



Log In Your Account