Ennio Ciriolo: ricerca, studio e saggezza. Dalla ricerca storica sui nostri paesi all’invito a governare meglio il presente

Di Rosario Casto

rosario-castoHo letto con forte curiosità il libro scritto dal prof. ENNIO CIRIOLO (“Il Basso Salento tra Medioevo e primo ‘900 – Uomini e territorio”; Congedo Editore, 2016) presente da pochi giorni nelle librerie. L’ho fatto con impeto causato dalla “lunga attesa” che ha preceduto l’evento (preannunciato da anni) ed anche dalle polemiche che ne hanno anticipato la stampa (mancata concessione del Patrocinio da parte del Comune di Alliste, luogo di nascita e di residenza dell’autore). Ma la curiosità ha ben presto lasciato spazio ad un reale interesse scaturito dalla immediata comprensione degli obiettivi dello storico e dal suo dichiarato “modo di procedere”.
Al termine della “full-immersion” (240 pagine non sono poche…) l’impressione iniziale è stata fortunatamente confermata: il testo è davvero pregevole. Tratta di storia, usi, costumi, vicende della nostra terra, ma non ad uso “folkloristico”. Vuol essere, invece, una chiave di lettura – culturale, socio-politica, psicologica, economica – di quello che è oggi il Salento ed il nostro comprensorio in particolare (ossia, i paesi di Alliste, Felline, Melissano, Racale, Taviano e Ugento).
E’ un libro ben costruito ma non di facile lettura per tutti. Non lo sarà per chi – alla scrupolosa ricerca e ad un’analisi attenta ed intelligente delle vicende e degli uomini di un territorio – preferirebbe la storia “romanzata” di prìncipi, cavalieri e regine (alla Ivanoe o alla Robin Hood, per intenderci). Ed invece il prof. Ciriolo parla di noi, del nostro popolo; di ciò che eravamo e di cosa siamo diventati (dal punto di vista demografico, religioso, economico e socio-politico), provando ad individuare – ritengo con risultati apprezzabili anche da un punto di vista scientifico – percorsi e ragioni profonde della nostra attuale identità.
Certo, l’impegno assunto dallo studioso fellinese non era dei più semplici, soprattutto se rapportato al lunghissimo periodo preso in esame (circa 1400 anni, dalla fine dell’Impero Romano agli inizi del 19° secolo). Ma lo storico se l’è cavata egregiamente, perché supportato – oltre che dalla personale cultura (insegnante di storia e filosofia nei licei classico e scientifico di Gallipoli per 17 anni, poi preside degli stessi Istituti – nonché del Liceo Socio-Psico-Pedagogico e Linguistico della città jonica – per altri 25 anni) – anche da un metodo rigoroso: la ricerca e l’analisi dei documenti originali, nonché la lettura attenta dei lavori di tanti autori che l’hanno preceduto.
A me il testo è piaciuto, molto. E credo interesserà tutti coloro che – leggendolo – sapranno apprezzarne lo spessore scientifico ed il rigore storiografico, i tanti riferimenti bibliografici, la corretta suddivisione dei capitoli, la prosa lineare e chiara (mai ampollosa), il recupero di verità affatto scontate o perlomeno non adeguatamente valorizzate. Non piacerà a chi a tutto ciò non è interessato, perché inconsapevole del grande lavoro di ricerca che c’è dietro una pubblicazione del genere; oppure perché – proprio in quanto consapevole che questo è il giusto metodo di “leggere” la storia – si sentirà smascherato nella propria prosopopèa di intellettuale tutto teso a servire ai lettori quello che vogliono sentirsi dire, con voli pindàrici destinati alla derisione e all’oblìo…
Inutile soffermarsi sulle “risposte” a cui perviene il prof. Ciriolo al termine del suo impegno, anche perché – come egli giustamente dichiara alla fine del libro – “… al di là delle conclusioni provvisorie, lo storico non si acquieta… non chiude mai il percorso delle sue ricerche, lascia aperti ad altri i temi del suo studio…” (pag. 234). E soprattutto perché sarebbe come derubare il lettore del gusto di assaporare quella parte dell’opera che – con piccoli passi e tanta fatica – ha condotto l’autore alle riflessioni riportate nella introduzione (pag. 8):
“Sono emerse, cammin facendo, essenzialità specifiche negli elementi peculiari del Salento che ci riconducono inevitabilmente al raccordo di partenza uomini-territorio (…) le generazioni di allora non hanno mai lasciato essiccare le profonde radici della memoria del loro passato, e conseguentemente quelle della nostra storia (…) Tutto ciò è utile conoscere non per restare avvinghiati agli antichi scogli… ma per governare meglio, da protagonisti consapevoli, il nostro presente”. Un presente che – come lo studioso sottolinea in diversi passaggi – non può che vedere in un prossimo futuro consapevolmente insieme – senza illegittime prevaricazioni – i paesi protagonisti della nostra “storia comune”.

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