Divorzio: quando spetta l’assegno all’ex coniuge secondo la Cassazione

Divorzio: quando spetta l’assegno all’ex coniuge secondo la Cassazione

Divorzio: quando spetta l’assegno all’ex coniuge secondo la Cassazione

E’ l’autosufficienza economica del coniuge richiedente l’assegno divorzile il parametro-base più consono al dettato dell’art. 5, comma sesto, della legge n. 898/70

di Maria Grazia Zecca *

Con estremo rigore, la Suprema Corte di Cassazione, Prima Sez. Civile, con sentenza depositata il 26 gennaio 2018 n. 2042, rigetta l’inammissibile ed infondato ricorso principale proposto  dalla ex coniuge per ottenere il diritto all’assegno divorzile, condividendo, pienamente, il nuovo indirizzo giurisprudenziale introdotto dalla rivoluzionaria sentenza n. 11504 del 2017, ormai consolidato con varie pronunce conformi, ritenendo non più attuale, quale criterio per stabilire se il coniuge richiedente ha diritto o meno all’assegno divorzile, nell’ambito dei mutamenti economico-sociali, il riferimento alla continuazione del tenore di vita goduto durante il matrimonio, individuando nell’autosufficienza economica il parametro da rispettare. Criterio, quest’ultimo, certamente più consono al dettato dell’art. 5 comma sesto della l. n. 898/70 che, nella prima fase dell’an, non prevede alcuna comparazione delle condizioni economiche dei coniugi quando si tratta di stabilire il diritto o no all’assegno, poiché l’indagine va operata alla sola situazione del richiedente, senza alcun riferimento, in tale fase, a quella dell’altro coniuge, distinguendo l’autosufficienza economica, che riguarda esclusivamente il soggetto richiedente, dall’indipendenza (da chi, da che cosa?) che potrebbe ancora una volta richiamare la comparazione con l’ex coniuge obbligato. La sentenza n. 11504/2017, pronunciandosi sull’autosufficienza, individua tale condizione economica in alcuni specifici paramatri, cui dovrebbe richiamarsi la giurisprudenza di merito, che avrà il compito di adeguarli alla concreta fattispecie dedotta: il possesso dei redditi di qualsiasi specie, di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari, tenuto conto di tutti gli oneri imposti e del costo della vita nel luogo di residenza, le capacità e le possibilità effettive di lavoro personale, la stabile disponibilità di una casa di abitazione, salvo ovviamente altri elementi che potranno rilevare nelle singole fattispecie. Variabili che, consentendo un adeguamento il più possibile efficace alla situazione concreta, escludono pericolosi automatismi che renderebbero l’autosufficienza o non autosufficienza identiche sempre a se stessi e uguali per tutti, ricordando che il coniuge richiedente l’assegno deve essere considerato nella sua specifica individualità.  Escluso, pertanto, ogni riferimento al tenore di vita pregresso che, tuttavia, sopravvive per l’ex coniuge malato, o che non può lavorare per motivi anagrafici, o che non ha mai lavorato, o magari ha cessato di lavorare durante il matrimonio, oppure non è abbastanza qualificato per trovare occupazione (Cfr. Cass. n. 3838/2006; 27234/2008), gli Ermellini precisano che con il divorzio cessa ogni rapporto personale e patrimoniale tra gli ex coniugi. In tale ottica, neppure l’assegno di separazione e gli accordi assunti in tale sede tra i coniugi (salvo che i coniugi stessi non intendano incidere direttamente sul futuro regime del divorzio) rilevano direttamente ai fini della determinazione dell’assegno divorzile, stante la differente natura, caratteri e contenuti. Ciò che permane è, ovviamente, una stretta collaborazione nell’esercizio congiunto della responsabilità genitoriale, se vi sono figli minori, ma ciò non attiene al rapporto tra gli ex coniugi. Tuttavia, il diritto all’assegno (e conseguentemente ad una quota di TFR, alla pensione di reversibilità, eventualmente da ripartirsi con altro coniuge dell’obbligato,  ad un assegno a carico dell’eredità) trova il suo fondamento nel dovere inderogabile di solidarietà economica e sociale tra persone ormai estranee, che pure hanno svolto una parte più o meno lunga della loro vita in piena comunanza e, anche se preme ricordare le persistenti discriminazioni economiche della donna nel luogo di lavoro e, più in generale, l’emarginazione che talora la colpisce nei più doversi settori, Cassazione tiene a precisare che di ciò deve farsi carico l’intera società e il Parlamento, con leggi adeguate che avvicinino l’Italia alla maggior parte degli altri Paesi Europei, e non certo (sempre e soltanto) l’ex coniuge.

In sostanza, la ricorrente propone un ricorso inammissibile ed infondato eseguendo una generale valutazione alternativa rispetto a quella effettuata dal giudice a quo che, con chiarezza, ha sostenuto che con gli accordi omologati i coniugi hanno proceduto alla divisione del patrimonio immobiliare e la moglie ha ottenuto il riconoscimento della proprietà esclusiva della casa coniugale, nonché di altro appartamento che si sono aggiunti ad altro di sua proprietà, pervenutole in successione, potendo la donna, in particolare dalla gestione di un immobile avente specifica destinazione commerciale, ricavare reddito adeguato a consentirle un tenore di vita dignitoso.

La Suprema Cassazione, conclude osservando che, in sede di divorzio, in nessun caso sarebbe possibile mantenere il pregresso tenore di vita, essendo venute meno le economie gestionali consentite dalla convivenza.

 

* Avvocato, Vice-Presidente A.D.U. (Associazione per i Diritti Umani), Lecce

Redazione

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