Diana Nemorense: fonti, antichi culti e il Santuario

Diana Nemorense: fonti, antichi culti e il Santuario

Diana Nemorense: fonti, antichi culti e il Santuario

La Luna è da sempre protagonista di miti e leggende.

Si racconta che i pescatori prestino sempre attenzione alla Luna piena in quanto attiri i pesci in superficie; i contadini credono che sia importante sempre seminare in Luna calante. I fenomeni più conosciuti sono quelli della trasformazione in lupi mannari e dei raduni di streghe, sempre nelle notti di Luna.

Nel II sec. d.C., Luciano, raccontò di alcuni eroi che viaggiavano fino alla Luna, scoprendola poi disabitata. Nelle famiglie degli déi, erano sempre presenti divinità lunari: le dee greche Selene e Artemide, conosciute nella cultura latina con i nomi di Luna e Diana e divinità maschili come il dio Thot nell’antico Egitto, Nanna (o Sin) in Mesopotamia e Tsukuyomi in Giappone.

Posizionato quasi al centro dei Colli Albani, nel Lazio meridionale, il piccolo borgo si affaccia sul Lago di Nemi, anche lui importante protagonista di un capitolo della storia del luogo.

Archeologia e fonti antiche dimostrano l’esistenza di luoghi in cui erano praticati culti dedicati a queste divinità; Nemi è fra questi.

Posizionato quasi al centro dei Colli Albani, nel Lazio meridionale, il piccolo borgo si affaccia sul Lago di Nemi, anche lui importante protagonista di un capitolo della storia del luogo.

Tra il 1928 e il 1932 infatti, a seguito di precedenti indagini subacquee, venne realizzata la più grande impresa mai vista: il lago venne svuotato e due immense navi romane fecero la loro comparsa al mondo. Per l’impresa venne coinvolta la società Costruzioni Meccaniche Riva di Milano che ben presto si unì alla società Elettricità e Gas di Roma e alla Laziale di Elettricità, costituendo il Comitato Industriale per lo scoprimento delle Navi Nemorensi; con un impianto idrovoro il lago fu svuotato all’interno di una vasca di scarico, alla quale si giungeva tramite un canale. Ancora in molti ricordano l’immagine che si materializzò davanti ai loro occhi: due enormi navi romane, attribuite successivamente all’imperatore Caligola. Recavano ancora i resti delle decorazioni e degli arredi, gli ambienti interni erano ben conservati, come anche àncore e attrezzi navali.

Nonostante il loro fortunato ritrovamento, la loro storia era destinata ad una fine tragica: a seguito di un incendio che divampò nel Museo Nazionale delle Navi Romane in cui erano state conservate, delle navi non rimase nulla. Nel museo, oggi, se ne può solo ammirare una piccola ricostruzione.

Ma cosa accomuna ancor più nello specifico la Luna con Nemi? La dea Diana, dea della Luna, che era venerata nel grande santuario che sorgeva presso le sponde del lago.

La risposta è stata data dalle indagini archeologiche condotte grazie ad una collaborazione  della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio, che per prima ha avviato gli scavi nel 1989, e dell’Università degli Studi di Perugia.  Successivamente, gli scavi sono stati e vengono tuttora seguiti anche dalla Prof.ressa Francesca Diosono, docente presso Ludwig-Maximilians-Univesität München, Institut für Klassische Archäologie.Quello che emerse da queste indagini fu un enorme complesso santuariale, connesso successivamente alla divinità femminile Diana.

Situato sulla riva settentrionale del lago di Nemi, è divenuto uno dei più studiati tra i santuari Latini. La pianta effettiva non è ancora chiara; ad ovest però, sono stati individuati degli edifici annessi: un teatro, botteghe ed altre stanze e un impianto termale.

Il grande tempio dedicato a Diana è al centro di uno spazio di circa due ettari, circondato da portici. Vi sono poi terrazze superiori, che formano un complesso scenografico che va ulteriormente ad allargare la superficie del santuario; tra le altre cose, qui si trova una grande fontana monumentale fatta ampliare ed abbellire dall’imperatore Caligola.

Oltre a Diana, nel santuario erano venerate altre divinità: Virbio, la ninfa Egeria a cui era stato probabilmente dedicato il ninfeo delle terrazze superiori, e Iside e Bubastide, divinità egizie assimiliate a Diana e venerate in età imperiale, riconosciute grazie ad un’iscrizione ed oggetti di culto ritrovati durante lo scavo. Al santuario si poteva giungere dalla via Appia.

Particolare dell’ingresso di prima fase (da Il Tempio di Diana a Nemi: una
rilettura alla luce dei recenti scavi di Giuseppina Ghini e Francesca
Diosono, 2012)

In un episodio di Svetonio, si racconta che l’imperatore Caligola inviò un giorno un avversario contro il Rex Nemorensis. Chi era costui?

La sua figura rimanda a quella di rex del bosco sacro di Diana, caratterizzato da una regalità pre-arcaica in cui il re era campione di forza e vigore della sua

comunità; di tali virtù si faceva garante agli déi. Il re dunque doveva sempre presentarsi come giovane e forte, succedendo al suo predecessore solo se vincitore di un duello all’ultimo sangue, presentandosi a questo dopo aver staccato un ramo dall’albero sacro di Diana. Caligola, grazie alle sue frequenti visite presso i luoghi della dea, conosceva bene queste antiche tradizioni.

Recentemente, le indagini si sono concentrate nella zona del Tempio di Diana. Io stessa vi partecipai un anno fa e subito ebbi modo di notare la vastità e la complessità di quest’area del santuario.

Gli scavi svolti tra il 2009 e il 2017 hanno mostrato come l’edificio templare sorga in un luogo già utilizzato come culto in età arcaica. Una prima grande fase del tempio corrisponde al periodo tra la fine del IV a.C. e gli inizi del III a.C. con le dimensioni di 30,20×15; la seconda fase corrisponde alla seconda metà del III a.C. e vede un altro tempio affiancare il primo; infine, nella sua terza fase, il tempio viene allargato raggiungendo i 35mt.

Nemi oggi è un’incantevole cittadina del Lazio, cambiata nel corso del tempo ma allo stesso tempo rimasta fedele alle proprie tradizioni. Passeggiando per le stradine in salita e nella piccola piazza sembra ancora di percepire una presenza antica; come se Diana, fedele al suo luogo sacro, ancora ne veglia gli edifici.

Se siete curiosi di assistere anche voi al ritrovamento delle navi:

Bibliografia essenziale:
G.GHINI, F. DIOSONO, Il tempio di Diana a Nemi: una rilettura alla luce dei recenti scavi, in G. Ghini – Z. Mari (eds), Lazio e Sabina VIII. Atti del Convegno, [Roma 2011], Roma 2012;
  1. GHINI, F. DIOSONO, Il santuario di Diana a Nemi: recenti acquisizioni dai nuovi scavi, in E. Marroni (ed.), Sacra Nominis Latini. I santuari del Lazio arcaico e repubblicano. Atti del Convegno [Roma 2009], Ostraka n.s. 2012;
  2. DIOSONO, L. ROMAGNOLI, G. BATOCCHIONI, Il ninfeo del santuario di Diana a Nemi. Una proposta di ricostruzione, in G. Ghini – Z. Mari (eds), Lazio e Sabina 9. Atti del Convegno [Roma 2012], Roma 2013;
P.BRACONI, F. COARELLI, F. DIOSONO, G.GHINI (eds) Il santuario di Diana a Nemi. Le terrazze e il ninfeo. Scavi 1989-2009, Studia Archaeologica 194, Roma 2014;
  1. DIOSONO, Il ninfeo: caratteristiche architettoniche e costruttive, in Il santuario di Diana a Nemi. Le terrazze e il ninfeo. Scavi 1989-2009, Roma 2014;
  2. DIOSONO, “Diana nel Nemus Aricinum: dal re del bosco alla dea del lucus”, in L. Attenni (ed), Sacra Nemora. La cultura del Sacro nei contesti santuariali in area albana. Rinvenimenti archeologici e recuperi della Guardia di Finanza. Catalogo della mostra, Lanuvio 11 maggio – 31 ottobre 2017, Roma 2017, pp. 87-90.
  3. GHINI – F. DIOSONO, “Diana Nemorense. Considerazioni dopo 25 anni di ricerche”, in A. Russo – F. Guarneri (eds), Santuari Mediterranei tra Oriente e Occidente. Interazioni e contatti culturali. Atti del convegno internazionale, Civitavecchia – Roma 18-21 giugno 2014, Roma 2016, pp. 219-222.

 

Roberta Giannì

Roberta Giannì

Roberta Giannì. Nata a Gallipoli, residente a Taviano. Da cinque anni vivo a Lecce, dove frequento il corso di laurea in Archeologia, presso il Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento. Con una laurea triennale in Archeozoologia, mi appresto ad una specializzazione in Antropologia Fisica. Ad un buono studio teorico ho da sempre affiancato numerose attività sul campo prendendo parte a campagne di scavo in Italia e all’estero. Devo la mia passione per la storia antica e per l’archeologia ai libri e ai racconti di studiosi e avventurieri, nonché ai documentari. Tutto ciò ha da sempre alimentato la mia curiosità per l’antico, tanto convincermi di voler far parte del mondo della ricerca. Studiare l’uomo e il suo progredire nel tempo mi ha fatto capire quanto importante possa essere per noi conoscere il nostro passato, perché è da questo che l’uomo può imparare come affrontare il presente e il futuro.

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