Cronache dal passato: “U Ntoni tu Capu”

Cronache dal passato: “U Ntoni tu Capu”

Cronache dal passato: “U Ntoni tu Capu”

di Giancarlo Panico

Il 4 gennaio del 1949 venne barbaramente assassinato Rocco Valente, tredicenne di Taviano.

Il fatto che vi racconterò di seguito è una storia di cronaca nera realmente accaduta, ma prima di procedere nel racconto è necessario descrivere i luoghi e i personaggi coinvolti in questa triste vicenda. Il fatto avvenne a Torre Suda, marina di Racale, che nel 1949 ovviamente non era come la conosciamo oggi, erano presenti solo poche ville di fronte al mare e qualche trullo, dove oggi passa il tratto della litoranea che collega Torre Suda a Mancaversa vi erano solo dune miste di sabbia e sassi, ricoperte da canne e frasche, insomma un paesaggio ancora intatto e selvaggio. In una modesta casa rurale, con trullo annesso, di Torre Suda, precisamente nei pressi della chiesa Stella Maris, viveva un pastore, Antonio Ventruto, conosciuto da tutti come Ntoni tu capu.

Ntoni era originario di Patú e, ancora molto giovane, fu assunto dalla nobile famiglia Colosso di Ugento come conduttore e guardiano di bestiame, in una masseria vicino alle paludi di Torre San Giovanni. Un rampollo della famiglia Colosso, don Ciccio,prendendo in sposa una giovane nobildonna racalina della famiglia Quarta, donna Verina, prese dimora in Racale portando con se il giovane Ntoni. A Racale, successivamente, Ntoni conobbe e sposò Fissa (Crocefissa Manni) e, poichè la famiglia di lei possedeva terreni a Torre Suda con  un’abitazione e trullo, i due si stabilirono lí per vivere. Ntoni faceva il pastore e, poichè era considerato anche un duro, fu anche incaricato a svolgere il guardiano delle ville presenti a Torre Suda con documento scritto e firmato dall’ avv. D’Ambrosio di Taviano. Nel corso  degli anni Ntoni prese alle sue dipendenze come conduttori di bestiame suo cugino Cosimo Milo, ex galeotto, e un ragazzo di Taviano che aveva una camminata claudicante, Rocco Valente.

A Taviano, negli quaranta del secolo passato, operava una banda composta da tre fuorilegge, il capobanda era chiamato da tutti Trentuno perchè aveva ricevuto trentuno condanne per i reati commessi. Del losco Trentuno si racconta che era abile nei duelli col coltello, praticava sovente furti di qualsiasi genere, giocava a carte e, se vinceva, bisognava pagarlo subito e, se perdeva, pagava il suo debito salvo poi tendere, armato di pistola, un’imboscata al suo avversario di gioco per farsi restituire i soldi persi.

Il 4 gennaio del 1949 all’imbrunire, Ntoni, tornando dal pascolo, notò i tre loschi individui, due armati di fucile, non molto distanti dalla sua abitazione, essendo anche lui armato di fucile e mollettone, si avvicinò ai tre chiedendo spiegazioni della loro presenza e, non ricevendo una risposta esaustiva, con fare risoluto e minaccioso gli intimò di allontanarsi. I tre sembrarono accettare l’invito e fecero finta di allontanarsi, quindi Ntoni condusse il gregge nell’ovile che si trovava accanto dove oggi sorge una cappella votiva in onore di Santa Lucia (fatta costruire dallo stesso Ntoni dopo l’intervento chirurgico alle cataratte), poi si recò a casa per disarmarsi e lì fece restare il cugino Cosimo insieme alla moglie (forse sentiva qualche cattivo presaggio), poi ancora all’ovile, dove lo attendeva il giovane Rocco per la mungitura del latte. Durante la mungitura, Rocco confessò, ad alta voce, a Ntoni (data l’ età il pastore soffriva di una certa sordità) di aver riconosciuto uno dei tre individui e che si trattava del famigerato Trentuno di Taviano. Fu così che due dei tre banditi, che nel frattempo si erano  appostati dietro la porta dell’ovile  mentre il Trentuno s’era appostato nei pressi dell’abitazione, fecerò irruzione e colpirono più volte Ntoni alla testa col calcio del fucile, Rocco spaventato saltò il muro a secco del recinto cercando di fuggire verso il mare ma, malasorte, cadde tra gli scogli e fu raggiunto dagli spietati banditi che lo trucidarono gettandogli un grosso masso sul cranio. Il cugino Cosimo insospettito dai rumori uscì dall’abitazione e si trovò di fronte il Trentuno che lo freddò con una fucilata, quindi toccò alla Fissa che fu tramortita con un colpo in testa.

I tre spietati fuorilegge sparirono con un cospicuo bottino: trentamila lire e centocinquantamila lire in buoni fruttiferi postali, mentre un libretto postale nominativo non fu rubato. Ma non poterono gioire a lungo i tre furfanti, infatti

Nino Santoro, nipote di Ntoni

Ntoni e Fissa, che non erano morti, la mattina seguente vennero soccorsi dai contadini che passavano da quel posto per recarsi nei loro campi. Durante il ricovero all’ospedale di Gallipoli, Ntoni riuscì a dare i giusti indizi ai carabinieri: Il nome Trentuno, un cappellaccio con zagarella, i pantaloni sporchi di  sangue e un polpaccio con la ferita ancora fresca provocata dal morso del cane del pastore, furono elementi sufficienti per condannare due dei tre banditi, per il terzo non ci furono purtroppo prove schiaccianti (il giudice, leggendo la sentenza al Trentunu, pronunciò le seguenti parole:” questa è per te la trentaduesima condanna ed è l’ergastolo!”)

Così tristemente finì la vita del giovanissimo Rocco Valente per mano di spietati criminali.

Questa storia mi è stata raccontata da Nino Santoro, nipote te lu Ntoni tu capu (precisamente figlio della figlia del pastore), che, all’epoca dei fatti, aveva 15 anni e che oggi, nonostante abbia superato gli ottant’anni, ricorda questa storia con tanta dovizia di particolari, ricorda anche il nome e il cognome dei tre aguzzini che ho volutamente evitato di citare.

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