Il conflitto arabo-israeliano. La guerra dello Yom Kippur del 1973

Dopo la pausa estiva riprendiamo con il nostro percorso attraverso il conflitto arabo-israeliano. Solo 6 anni più tardi dall’ultimo scontro analizzato[1] le popolazioni arabe e quelle israeliane furono protagoniste di una nuova guerra. Con la sconfitta del 1967 gli arabi abbandonarono l’idea di unità a favore di politiche locali; cadde così il panarabismo (movimento che portava avanti l’idea di unione di tutti i popoli arabi). Questo portò a due modi di agire completamente differenti: da una parte l’Egitto di Anwar Sadat (succeduto a Nasser nel 1970) puntava alla fine di ogni tipo di conflitto per poter crescere economicamente; dall’altra la Siria preferivano l’ulteriore militarizzazione, che guardava allo scontro come unico mezzo risolutivo. A ciò si deve aggiungere l’atteggiamento di Giordania e Libano che si mantennero al centro fra “i poli di azione”, non volendo né la mediazione ufficiale, né la militarizzazione.

Dalla pace, secondo Sadat (che tra l’altro aldilà di ogni motivazione voleva per lo più distinguersi dal suo predecessore),  l’Egitto avrebbe dovuto trarre beneficio sia per l’alleggerimento della spesa militare, sia per la possibilità di riprendere pacificamente il controllo del Sinai,

Anwar Sadat

sia per il riallacciamento dei rapporti con gli Stati occidentali. Per tutte queste ragioni, nel 1971, Sadat propose l’apertura del Canale di Suez e la negoziazione della pace secondo quanto scritto nella Risoluzione ONU 242, che prevedeva un ritiro militare israeliano ed il reciproco riconoscimento tra gli stati – tra l’altro questa fissò il principio dell’impossibilità dell’acquisizione territoriale in conseguenza dell’uso della forza. Ovviamente (perché niente in questa zona è mai andato per il verso giusto), Israele respinse la proposta.

Sadat scelse come strategia per smuovere la situazione niente meno che la guerra; sì, proprio lui che era salito al potere con l’obiettivo della pace e della ripresa economica. Decise anche di coinvolgere la Siria sperando che una forte minaccia facesse sedere Israele al tavolo dei negoziati. La pianificazione durò un anno e il 6 ottobre 1973 le forze unificate di Egitto e Siria attaccarono a sorpresa Israele. La guerra, che durò poco più di due settimane, non ebbe un vincitore: all’inizio Israele subì passivamente gli attacchi incapace di reagire, poi nella seconda settimana, grazie anche all’aviazione americana, riuscì ad evitare la sconfitta. Israele ne uscì sconfitto nella certezza di superiorità, così da accettare la negoziazione della pace che durò fino al 1979. Nell’ambito delle trattative l’Egitto riottenne il Sinai e, cosa più significativa, passò nel blocco americano, abbandonando quello sovietico. Tutto questo costò caro a colui il quale praticamente aveva creato tutto ciò: l’Egitto fu espulso dalla Lega Araba e Sadat fu assassinato dagli estremisti islamici.

La Siria scelse di non seguire le orme dell’Egitto sia perché non si accontentava del risultato raggiunto né di qualche concessione territoriale, sia perché aveva tutto l’interesse di dimostrare all’URSS che poteva essere ancora un ottimo alleato nonostante il “cambio di maglia” fatto dall’Egitto.

[1] http://www.lapiazzamagazine.com/2017/07/conflitto-arabo-israeliano-la-guerra-dei-giorni-del-1967/

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Marco Mariano

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