Cercasi comunicazione verbale; intervista al professor Massimo Arcangeli

Cercasi comunicazione verbale; intervista al professor Massimo Arcangeli

Cercasi comunicazione verbale; intervista al professor Massimo Arcangeli

di Alessia S. Lorenzi e Renato De Capua

È ormai chiaro a tutti che da molti anni troppi ragazzi scrivano male in italiano, leggano poco e facciano fatica a esprimersi oralmente.

Da tanti anni i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili alla scuola elementare. Nel tentativo di tentare di porvi rimedio, alcuni atenei hanno anche attivato corsi di recupero di lingua italiana.

Cerchiamo di capire un po’ qual è la situazione attuale e quali prospettive di “salvezza” abbia la nostra lingua italiana, con l’aiuto del professor Massimo Arcangeli. Linguista, critico letterario, ordinario di linguistica italiana presso l’Università di Cagliari, é autore di saggi e articoli scientifici ed é autore, tra gli altri, de “La solitudine del punto esclamativo” che è diventato un vero e proprio successo editoriale.

Professor Arcangeli, la lingua italiana è in crisi ed è evidente anche ai non addetti ai lavori, ovvio che un docente se ne renda maggiormente conto. Quale crede che sia “l’arma”  che sta “uccidendo” la nostra lingua?

Allora dobbiamo distinguere innanzitutto, tra lingua parlata e  lingua scritta, perché quello che preoccupa di più oggi, a livello di lingua scritta, è che si faccia scarsa attenzione all’organizzazione del pensiero. Infatti,  al di là degli errori più comuni riguardanti l’ortografia, il problema reale è la mancanza di organizzazione dialettica nel produrre frasi e periodi coerenti.

Questo è un po’ l’aspetto centrale. Se dallo scritto passiamo all’orale, probabilmente c’è una scarsa consapevolezza della profondità del lessico, soprattutto  della possibilità di usare un lessico più ampio possibile e poi, anche in questo caso, la capacità di articolare continua a essere centrale, anche quando passiamo  dallo scritto all’orale perché in molti casi, la logica non è alla base della produzione linguistica di tanti giovani. Ovviamente io parlo dal punto di vista della mia esperienza di docente universitario, ma anche di docente che va  spessissimo nelle scuole secondarie e perfino nelle scuole elementari.

Che cosa direbbe Dante Alighieri se fosse vivo, ascoltando le espressioni cosiddette “politicamente corrette” che spesso vengono usate al posto dei termini più direttamente riferibili alle diverse situazioni? Userebbe anche lui un linguaggio “politicamente  corretto” o resterebbe inorridito?

Dante è il nostro più grande poeta politicamente scorretto dell’intera nostra tradizione letteraria. E’ ovvio, non gli piacerebbe questo clima in cui c’è anche un fattore interessante che potremmo definire proprio “tentativo di anestetizzare il lessico”. Il politicamente corretto certamente fa bene a far sì che il linguaggio possa essere il più rispettoso possibile, ma gli eccessi  li conosciamo tutti, gli eccessi nuocciono a tutti, perché se gli eccessi vogliono significare sbiadire la lingua, fino al punto di privarla anche soltanto di quel sano confronto che l’ha alimentata per secoli, non va più bene.

Quindi forse bisognerebbe proprio ritornare all’esempio dantesco. Non a caso il poema di Dante, lo dice lui stesso,   “La Commedia” è stato il poema a cui ha messo cielo e terra; quindi il cielo, l’empireo della lingua super pulita, super educata va bene, ma anche la lingua sanguigna che noi conosciamo, non la dobbiamo certamente cancellare, dobbiamo utilizzarla bene, conoscendone anche il valore denigratorio di quella lingua che può essere offensiva ma senza annullarla, perché se annullassimo anche tutto ciò che in una lingua reca offesa, probabilmente, cancelleremmo anche tutto il nostro passato.

E poi, secondo lei, cosa succede alla lingua italiana? Perché ultimamente questa contaminazione sconfinata dalle lingue straniere, soprattutto l’inglese? Perché si sta diffondendo il concetto di esterofilia linguistica? Perché utilizziamo termini ed espressioni stranieri quando anche nella nostra lingua ci sono corrispettivi che veicolano esattamente lo stesso significato e impatto comunicativo?

Innanzitutto dobbiamo dire che c’è un fattore di snobismo alla base di questa utilizzazione di termini e espressioni di una qualunque lingua straniera. Un tempo era il francese, oggi è l’inglese. Si pensa di essere un po’ più raffinati, un po’ più “à la page” , un po’ più moderni se si utilizzano parole o espressioni che provengono dalla lingua regolare verbale, per cui se uno le usa vuol dire  che ha viaggiato, che è proiettato verso l’orizzonte nazionale,  che conosce il jet set.

Questo diciamo è l’aspetto più superficiale. L’aspetto più profondo è senz’altro rappresentato dal fatto che come per il latinorum manzoniano, l’inglesorum talvolta è anche frutto di una volontà di nascondere la lingua  propria da quella degli altri, da quella delle persone che non sono in grado di conoscerla perché è uno strumento di divisione e di potere.

Se si  chiedesse in giro, molte persone di cultura medio o medio-bassa, forse ancora oggi avrebbero difficoltà a definire bene “spending review” oppure “spread”.

Se noi traducessimo “spending review” in una banalissima “revisione della spesa” forse otterremmo lo stesso effetto. Quindi c’è anche questa componente un po’ snobistica ma allo stesso tempo una manifestazione di superiorità che fa sì che utilizzare la lingua inglese, come un tempo era per il latino, può dare l’impressione di parlare soltanto alle persone a cui vogliamo parlare, escludendo tutti gli altri.

Però diciamo che io non demonizzo niente, nemmeno l’inglese ma facciamo solo una riflessione. Noi siamo il Paese forse con la maggiore varietà linguistica-culturale  del globo. Forse un numero di lingue, di parlate o di dialetti che può essere comparabile col nostro, c’è solo nel Sud-Est asiatico. Valorizziamo, quindi,  anche le nostre varietà interne. Non spaventiamoci se la lingua italiana si contamina sempre di più, anche  solo con la lingua inglese.

Il problema si pone nel momento in cui queste parole  ed espressioni inglesi vanno a finire in testi pubblici, in bandi, in testi di legge e questi testi non sono comprensibili alla maggior parte della popolazione perché anche lì c’è una presenza evidente di quello che è il burocratese: una lingua che attesta la superiorità di chi lo emette. In quel caso dobbiamo invece difendere i nostri diritti di cittadini, di comprendere  quello che ci dicono tanti testi. Magari se fossero scritti in un italiano un po’ più trasparente, non farebbero male a nessuno.

Quali consigli lei ci dà nel suo libro ”Cercasi Dante disperatamente” ? Quali sono, secondo lei,  le  soluzioni concrete per salvaguardare la nostra lingua?

La prima è: “imparare a utilizzare il lessico in tutte le sue varietà”, quindi lavorare per le sfumature. Io sto scrivendo un dizionario delle sfumature per questo motivo.

Essendo  il testimonial  della campagna della Zanichelli per il centenario dello Zingarelli, mi capita, maggiormente in quest’ultimo periodo, di andare nelle scuole e di proporre un esercizio semplicissimo:  chiedere agli studenti di ordinare dalla meno intensa alla più intensa cinque,  sei o anche più parole.

Ad Esempio, facendo una serie rappresentata da: “malinteso, screzio, alterco, diverbio, lite, litigio”, si potrebbe suggerire ai ragazzi di ordinarle secondo l’intensità semantica. Un esercizio questo molto significativo per recuperare le sfumature.

Oggi abbiamo questa necessità, altrimenti rischiamo un appiattimento della lingua  solo perché qualcuno ci dice che è la lingua più democratica. Non è vero, non c’è solo l’italiano d’uso comune. Stanno rinascendo i dialetti, che qualcuno pensava sarebbero morti quindici o vent’anni fa. Tutto sommato ancora le varietà d’uso le abbiamo, usiamole bene. Valorizziamo il lessico, questa è la prima cosa importante.

La seconda cosa importante che ribadisco: ”insegniamo ai nostri studenti come ragionare”, perché prima ancora che il linguaggio, talvolta è in gioco il pensiero, la coerenza di quello che qualcuno dice, di quello che i nostri studenti spesso dicono. Lavorare perché quello che si dice sia coerente e poi la terza, che potrebbe sembrare una banalità  “facciamo parlare sempre di più i nostri ragazzi”.

In università parlano sempre di meno, perché ormai si limitano a comporre testi in cui tra risposte aperte e risposte chiuse, non c’è altro. Si parla sempre meno durante gli esami, si parla sempre di meno anche quando interagiscono con i loro simili, perché noi stessi telefoniamo sempre meno e ci affidiamo magari a una messaggistica sempre più rapida. Torniamo a recuperare proprio quel sano senso di comunicazione verbale  che se riusciamo anche ad armonizzare con i gesti che compiamo, saremo senz’altro più comunicativi, perché la lingua  è anche effetto di un’armonizzazione di tutto ciò che siamo. E’ anche ritmo, anche sonorità, oltre che gestualità, oltre che capacità di esprimersi. Se mettiamo insieme tutto questo e poi proviamo a farne un modello che possa essere anche fornito  a tante nuove generazioni che spesso sono in difficoltà, forse faremo un favore anche a loro.

Il critico letterario  Todorov, recentemente scomparso, nel 2008 pubblicò un saggio dal titolo “La letteratura in pericolo”, sottolineando la decadenza di questo straordinario ambito del sapere nella nostra attualità. Quanto quindi il riflesso di ciò che accade nel panorama linguistico incide nell’ambito letterario?

Incide molto. Innanzitutto nelle traduzioni da lingue straniere. Non a caso si parla sempre più spesso negli ultimi anni,  di “traduttese”, come se si potesse pensare di tradurre qualunque opera in una lingua più o meno omogenea, perché si pensa che più la si renda omogenea, più i lettori la trovino facile.  Siccome, spesso i romanzi devono vendere, come qualunque altra cosa, io semplifico la vita ai miei lettori e penso che così il mio romanzo possa vendere di più. Quando invece parliamo di romanzi o racconti italiani, più o meno vige lo stesso principio. Ci sono gli editors che correggono qualunque elemento di “sporcizia stilistica” all’interno di un testo e sanno anche in quel caso che  limitare una sporcatura  o toglierla del tutto, renda il testo più fruibile. E questo incide, peraltro, anche sul sistema di punteggiatura per cui quello che già è avvenuto nella prosa giornalistica, sta avvenendo anche in quella letteraria. Il caso  problematico è la progressiva scomparsa del punto e virgola che sembra diventato ormai quasi un optional al  quale si può rinunciare tranquillamente.

Non se ne comprende la funzione vera, quella di punto intermedio tra una virgola e un punto, una pausa intermedia in cui c’è ovviamente una separazione netta dal punto di vista sintattico.

Esistono anche molti casi di ragazzi che non sanno andare a capo. Può sembrare  una cosa banale ma è la verità.

Sono sfumature  concettuali sull’articolazione del pensiero. La scarsa capacità di argomentare di tanti giovani è proprio effetto di questo problema che  prima ancora che essere linguistico è logico e di pensiero.

Leggendo “La solitudine del punto esclamativo”, si resta colpiti dall’accuratezza delle ricerche e dal grande lavoro, potremmo dire, certosino  che si intuisce esserci alle spalle.

Nel suo libro ci porta a spasso nelle grandi opere, dagli scritti di Dante a Napoleone, “interrogando”  anche la scrittura dei messaggi criptati dei cosiddetti “pizzini” molto in uso nelle comunicazioni di mafia, dai linguaggi antichi alle nuove frontiere delle lingue per il futuro e ricostruisce secoli di cambiamenti dandoci spunti per decifrare e provare a comprendere meglio il nostro passato. Io credo che i ragazzi dovrebbero leggerlo per conoscere alcuni aspetti della storia della nostra lingua. Lei che ne pensa?

Ci sono due aspetti da tenere in considerazione. Innanzitutto c’è il senso quasi di un ritorno, perché noi per secoli e secoli abbiamo imparato a gestire una lingua tutto sommato composta solo di segni verbali.

Prima c’era una lingua i cui suoi aspetti iconici erano centrali e sta risorgendo questa presenza pervasiva dell’immagine.  Ovviamente questa è l’idea che senz’altro può passare, visto che  ci sono moltissime figure in quel libro.  E’ un libro frutto di un lavoro di ricerca  che a me è costato tantissimo. Tuttavia ho preferito dargli un impianto narrativo. L’idea era quella di parlare di quasi tutti i segni che possiamo trovare normalmente su una comune tastiera di un cellulare: il punto, il punto e virgola, tutti i segni di interpunzione,le lettere più rappresentative, i numeri. Infatti inizialmente il titolo doveva essere “I racconti della tastiera”, perché  l’idea del racconto era centrale. Io mi sono sforzato di uscire  un po’ dall’ambito accademico nella tipologia della modalità con cui tratto i vari argomenti e di entrare proprio in un’ottica narrativa, perché ci potesse essere anche un pizzico di fascino in più, affinché scandisse il ritmo giusto per fornire gli argomenti presentati. Perché la solitudine del punto esclamativo? Sui social il più utilizzato è il punto esclamativo, poi  i tre puntini di sospensione. Gli altri non hanno quasi vita. Basterebbe capire quello che è successo al punto fermo. Io ho un piccolo aneddoto personale. Un paio d’anni fa, forse un po’ meno, scrivo un sms a un’amica. Allora usavo mettere sistematicamente il punto fermo alla fine di ogni periodo. Scrivo questo sms e completo il tutto con un punto fermo. Questa mia amica mi risponde: “Cosa ti ho fatto?”. Poi ho capito che io avevo messo il punto fermo e lei aveva interpretato in un altro senso.  Lei usa mettere il punto fermo quando vuole dimostrare contrarietà, fastidio, disappunto. Lì ho capito che il punto fermo stava scomparendo per un certo verso e, nello stesso tempo lo si utilizzava per esprimere questa dimensione un pochino più specifica della contrarietà verso qualcosa.

Segni  di punteggiatura ormai dimenticati,  parole che perdono di significato, parole in disuso, parole nuove che entrano prepotentemente alla ribalta e che forse non vorremmo sentire più: Omofobia per esempio. Cosa bisogna fare per  estirpare, non tanto la parola in sé, quanto il pesante significato che si porta dietro?

Le parole dell’odio le conosciamo tutte. Ci sono state anche diverse iniziative recenti, atte a sensibilizzarne il non uso, come ad esempio “Il manifesto della comunicazione non ostile”.

Vogliamo parlare di questo  “hate speech”(*), questo linguaggio dell’odio che soprattutto sui social attecchisce sempre di più e che è diventato terribile. Cosa possiamo fare? Ovviamente non possiamo cancellare queste parole dal vocabolario,  ma se fossi l’editore di un dizionario, introdurrei delle  note d’uso che possono essere molto utili. Ad esempio,  non si può cancellare la parola “negro”, ma potrebbe essere  inserita nel dizionario scrivendo una nota d’uso nella quale si dice: “La parola negro si può usare soltanto in certi contesti…perché sennò  può essere spregiativo. Attenzione perché può essere un’ offesa”.

La stessa cosa vale ovviamente per tutti i termini denigratori che  possono essere  rivolti a persone discriminate di tutti i tipi.

Un po’ di tempo fa, sulla rubrica “Robinson” di Repubblica avanzavo un’ipotesi: dato che due segni già ci sono, se noi per esempio sullo Zingarelli contrassegnassimo le parole dell’Italiano “fondamentale”, con un rombetto, quelle da salvare, quelle dell’uso colto che dovremmo forse tornare ad utilizzare perché altrimenti scompaiono, con un fiore, come se fossero fiori da cogliere e da conservare. Aggiungiamo a questi due segni, gli altri due segni che rappresentano altrettanti semi, i semi delle carte, ci aggiungiamo i cuori e le picche, per segnalare le parole che ci piacciono di più sul piano dell’intimità, le parole del cuore, potremmo dire, che può essere utile ogni tanto rispolverare per quello che ci hanno tramandato, amore, amicizia e così via e poi le parole denigratorie così le troviamo marcate bene sul dizionario, sappiamo con che cosa abbiamo a che fare e magari riusciamo a sensibilizzare anche i nostri studenti affinché  capiscano che quelle parole sono fortemente offensive.

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(*) espressione spesso tradotta in italiano con la formula “incitamento all’odio”)

Redazione

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