Caterina Palazzo, la strega di Gallipoli.

di Giancarlo Panico

Quante volte i racconti, ascoltati quando eravamo fanciulli, rimangono chiusi nei cassetti della nostra memoria, per poi venire fuori, essere ricordati quando ci capita un avvenimento a cui inconsciamente ricolleghiamo quel racconto. Questo mi è capitato leggendo una raccolta di saggi di autorevoli studiosi sul tarantismo (Il tarantismo, quarant’anni dopo De Martino – atti del convegno di Galatina, 24 – 25 ottobre 1998).

“Statibe queti si no chiamu a Magàra”, così diceva mia nonna a me ed ai miei cugini per stare buoni ed io, curioso come sempre, chiedevo “ci ete, addhu se throva?”, e lei ancora ” ete nnà strega e sta a Caddhipuli”.
Così, mentre leggevo il saggio sul tarantismo, mi imbatto nello studio di Maria Rosaria Tamblè (Tarantismo e stregoneria, un legame possibile), in cui si parla di una certa Caterina Palazzo e scopro, leggendo, che si tratta della Magára che mi raccontava mia nonna. In questo articolo non parlerò di tarantismo e di tutta la simbologia ad esso collegata, ma mi limiterò a riportare alcune parti del saggio della Tamblè per far conoscere, ai lettori interessati, chi era Caterina Palazzo.

   “…quattro giorni sono, di mezzo giorno ligata frà due sbirri, 
 e come furon in mezzo la piazza con un bando alta et 
 intelligibile voce, questa se discaccia perpetuamente di questa 
 città per pubblica magara”

Così Caterina Palazzo, una guaritrice incantatrice calabrese, con disarticolata sintassi verbale, descrive il 31 luglio 1627 dinanzi al tribunale ecclesiastico di Gallipoli, presieduto dal vescovo Consalvo de Rueda in veste di inqiusitore, l’ esecuzione della condanna all’ esilio perpetuo comminatale quattro giorni prima dalla regia corte della città.
…Caterina la magàra, detta pure la Greca, la Calabrese o dell’Amendolara ha quarant’anni ed è originaria di Pedaci nella diocesi di Cosenza. Sposata con Giovanni Petruzzo , un pittore romano della scuola di Giovanni Domenico Catalano, in quegli anni , il più importante pennello del Salento. All’epoca del suo processo risulta da  dieci anni abbandonata assieme ai figli dal marito, ritornato a Roma; per sopravvivere pratica i mestieri più disparati: la tessitrice, la restauratrice di quadri( seguendo gli insegnamenti del marito), la spigolatrice e la guaritrice, mestiere appreso in parte alla scuola del padre; ed é proprio questa attività proscritta dalla chiesa della controriforma per le connessioni della magia e della stregoneria a condurla dinanzi al Tribunale dell’Inquisizione….

…Non ci troviamo tuttavia di fronte ad una praticona qualunque: figlia di medico e sorella di chirurgo, Caterina applica unguenti da lei stessa preparati con prodotti acquistati dalla spezieria…
…In questa attività teurapetica si avvale di due libri consunti dall’uso e dal tempo a seconda che si tratti di curare ben definite patologie esterne o malattie interne indefinite. Nel primo caso si serve in linea di massima di un Recettario di Galeno,evidente eredità paterna,…mentre nel trattamento magico esoterico di non meglio identificati mali, si avvale di un manoscritto annerito dall’ incenso, che ne accompagna l’uso nel corso del rituale in cui ella sottopone i suoi pazienti…

Per quanto concerne il trattamento del morso di tarantola,Caterina riferisce di aver recitato uno scongiuro nella parta dove é stata morsicata la persona in questi termini :” O santa santa delle Trinitate/ o dulce Madre della Misericordia/ Gesù Cristo con lo core aperto concedimi la grazia che te prego e te cerco”. Dopodiché era solita aspergere la persona con incenso Benedetto di cereo, vale a dire del cero pasquale simbolo della vittoria della luce sulle tenebre del peccato, e con acqua santa prelevata da tre chiese della città che dava da bere al malato, toccando la parte malata con il libretto fumato.

In buona sostanza Caterina Palazzo era una povera donna che si guadagnava da vivere con i mestieri più disparati, ma fu denunciata per strgoneria da alcuni familiari di ammalati da lei trattati ma non guariti; infatti all’ epoca dei fatti, le guaritrici che non riuscivano a guarire un loro paziente, rischiavano di essere denunciate per aver provocato esse stesse la malattia o la morte dell’ ammalato da parte dei familiari.

Durante il processo, la povera Caterina cercò di difendersi chiedendo la testimonianza di persone da lei guarite a sostegno della tesi che la voleva come benefattrice, ma a nulla valsero le sue richieste e il processo si concluse con la condanna all’ esilio da Gallipoli.

Di lei ho fatto altre ricerche, ma il tentativo di avere altre notizie su questo personaggio, la cui fama si è tramandata oralmente sino a qualche decennio fa, è stato purtroppo vano, saremmo lieti se qualche lettore de La piazza avesse e volesse fornirci altre su Caterina.

Avatar

Redazione

leave a comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Create Account



Log In Your Account