Caro Sarri, la tuta e un libro sopra il comò non fanno di te un signore

untitled-300x300Caro Maurizio, la tuta che fieramente indossi credo mi consentirà di darti del tu. Vorrei premettere un po’ di cose, forse troppe per poter rientrare pienamente nei canoni di un articolo di giornale. Non a caso, quindi, ho scelto il mio blog personale per pubblicare quelle che saranno delle brevi, seppur intime, considerazioni. Ci ho pensato parecchie ore, di solito non cedo agli istinti del momento, specie quando si tratta di una partita. E non perché non ritenga il calcio un’arte nobile, si capisce; anzi, lo considero tanto importante da averci improntato un percorso professionale. Vedi, prima di commentare una gara faccio sempre tre respiri: con il primo placo l’euforia o la rabbia, a seconda delle occasioni, con il secondo ripercorro le azioni fondamentali, con il terzo cerco di scrollarmi di dosso quel pizzico di parzialità che, senza nasconderci, ognuno di noi possiede. Premetto di essere parziale, quindi. Sono un interista impenitente, della prima e forse dell’ultim’ora. Lo ammetto, ho la recondita convinzione di essere un gradino sopra gli altri, quantomeno per purezza. Sbaglierò, sicuramente, ma il tifoso è questo, né più né meno. Ieri, quindi, come tutti gli interisti ero d’avanti al TV, abbastanza abbacchiato. Il tuo Napoli è una bellezza rara, un condensato di spirito, passione, tattica e bel gioco, difficile da trovare nel calcio di oggi. Il merito di tutto ciò è in buona parte tuo, ne sono certo. Le prestazioni dello scorso anno parlano chiaro, così come il tuo mito crescente tra i vicoli napoletani. A quanti mi chiedevano un pronostico, dispensavo rassegnazione. Dal San Paolo non si esce indenni, specie quest’anno. E poi, in fondo in fondo, ero pure felice: tutti fuorché la Juventus è il motto di quelli come me. A maggior ragione se si parla di Napoli, di quella città così martoriata e offesa, terra “che ben conosce il patire” direbbe il profeta Isaia. Potrai capire la mia contentezza, quindi, non al primo ma al secondo gol, quello del sigillo su di una gara importante ma giocata lealmente da entrambe le squadre. Fin qui ci siamo, credo. Spero tu possa capire anche la mia amarezza, però. L’amarezza di chi su di te ha scommesso, quale simbolo di un calcio che non c’è più. Di quel calcio del dopolavoro con la tuta sporca di grasso. Di quella veracità che poco si adatta al protocollo rigido di un club di serie A. Ecco, tutto questo mi è crollato addosso ne giro di tre secondi tre. D’altronde, come poter dimenticare che il cacio verace è anche quello dei fischiettii all’indirizzo di una donna vestita attillata. O delle liti furibonde per una rimessa laterale, terminate sovente nel nosocomio più vicino; prognosi venti giorni e nemmeno un euro guadagnato. Si fa per passione, dicono. Ecco, tutto questo esiste ancora, inutile nascondersi. Esiste e prospera nei campi dei pulcini, dove genitori senza diritto né cervello scazzottano beatamente il padre dell’altro perché ha offeso le doti del bomber in erba. Esiste dalla terza categoria fino alla Lega Pro, dove sempre più spesso il rettangolo di gioco è visto come un ring per scaricare frustrazioni accumulate in settimane di sfruttamento e salario basso. O semplicemente perché se non reagisci sei un coniglio. Ieri, invece, lei (proprio non ci riesco a darle de tu) ha contribuito a rispolverare un evergreen del quale tutti noi non avevamo certo nostalgia: “le cose del campo”, un po’ come le “cose nostre”, che tutti sanno ma che nessuno deve sapere. Un controsenso insomma, ancor più stupido se pensato di fronte a decine di telecamere e ad una mondovisione. Insomma, una gaffe dietro l’altra. E poi, basta con questa storia delle scuse e pace fatta. Non funziona così, non è mai funzionato così se non per dovere di scena e per copione imposto. Mancini, ieri, a differenza di quanto lei pensa, ha compiuto un gesto nobile, contribuendo a squarciare quel velo di ipocrisia e di omertà che da anni alberga nei campi. Non sono cose di campo, poteva dire questo. Con tante scuse incondizionate, col capo cosparso di cenere e con un’autocensura di un mese. Sarebbe stato credibile. E poi non mi interessa se Mancini è più sporco di lei. Lei ieri non ha offeso la sua mamma, la sua progenie, la sua razza. Lei ieri ha stupidamente insistito ad irrigare il terreno più fertile di tutti: quello dell’insulto sessista. Femminucce, ricchioni, froci: chi frequenta un campo dilettantistico deve portare con sé un ombrello per pararsi dalla pioggia di parole tipo queste che, ad ogni piè sospinto, cade sui poveri atleti. Ha avuto l’occasione di farlo, ma ha preferito resistere come un pugile aggrappato alle corde del ring. E allora se li merita tutti quei cazzotti, dal primo all’ultimo. Perché le bravate sono altre, le ragazzate anche. Di “froci” sono pieni i cimiteri, di ragazzi che non hanno retto il peso di una parola pronunciata con disprezzo, magari anche in momenti di tensione, perché no. La teoria del complotto è stupida, scellerata, senza senso. Ci sono cose più importanti, caro Sarri, cari “napolisti”, cari cultori del machismo, cari tutti che “Mancini è andato a piangere come una femminuccia”. Ci sono cose più serie, come la vostra ostinata idiozia nel non prendere le distanze, nel fare distinguo, nell’addurre scusanti. Ci sono cose più importanti, nonostante voi e la vostra colpevole ottusità. Caro Sarri, qualunque altra parola non cambierà il mio giudizio su di lei. L’onorabilità: la si costruisce in lunghi anni e la si distrugge in pochi secondi. Ieri è venuto già quel mito, seppur giovane. Perché non basta leggere Bukowski e fumare un sigaro per essere un nostalgico. Ci vuole altro, e lei è ancora giovane, nonostante quello che Mancini dice.

Gabriele Pasca

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Redazione

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