Appuntamento con l’archeologia – Roca Vecchia: tra storia e leggenda

Probabilmente, i più conoscono Roca Vecchia per le sue acque. Marina di Melendugno, in Puglia, essa è nell’itinerario di ogni amante del mare, per il fatto di essere sede di una delle piscine naturali più belle al mondo, la Grotta della Poesia. Leggenda vuole che in queste acque si bagnasse una principessa, la cui bellezza veniva decantata nei versi di tantissimi poeti, giunti alla Grotta solo per poterla ammirare; da qui il nome del luogo.

Queste acque, tuttavia, non sono solo una meta turistica; sono anche custodi di antiche memorie che l’archeologia ha pian piano riportato alla luce. Rocca Vecchia vede un’altissima frequentazione tra il periodo del Bronzo e il XVI secolo d.C., quando gli studiosi parlano di un incendio che distrusse il sito. Al Bronzo Medio (fine XVII a.C.), risalgono delle fortificazioni, situate lungo l’istmo che collega la penisola alla terraferma e che hanno protetto l’insediamento per tutta la durata del periodo in questione, contraddistinguendolo. Queste hanno restituito molte informazioni grazie al grande numero di reperti venuti alla luce durante le indagini archeologiche, assieme alle prove di almeno tre incendi che intaccarono l’abitato . La caratteristica di approdo naturale garantì al sito un’ instaurazione di rapporti con l’Egeo e il Mediterraneo centrale grazie alle rotte di navigazione; gli studiosi, grazie ai reperti, hanno inoltre avuto prova di una presenza egea sul territorio risalente al Bronzo Recente (fine XIV, metà XII a.C.), i cui usi e costumi integrarono quelli degli indigeni.

Prima della scoperta, il Prof.re Cosimo Pagliara, storico ed epigrafista dell’Università del Salento e ottimo conoscitore del territorio salentino, ipotizzava la presenza nella baia di un santuario costiero. Le prove giunsero quando venne scoperto nel 1983 un vasto patrimonio epigrafico sulle pareti della Grotta della Poesia, focalizzando dunque l’attenzione sul sito di Roca. Durante le indagini archeologiche, si capì come le mura fossero provviste di un varco principale, la Porta Monumentale e di almeno cinque corridoi minori, dette postierle, con torri che difendevano gli accessi assieme ad un fossato, probabilmente preceduto da un’ulteriore linea difensiva.

La Porta Monumentale vantava uno spessore di almeno 25mt, con un’altezza massima stimata tra gli 8 e i 10mt. Un percorso difeso da una torre circolare conduceva alla porta lignea dietro cui si trovava il corridoio che conduceva ai posti di guardia e alla dispensa. Per ciò che concerne le postierle, fu quella denominata C a raccontare una storia piuttosto particolare. Scavata nel 1995, si presentava lunga 15mt e larga 1/1.5mt. All’interno venne ritrovata un quantità piuttosto considerevole di vasi ceramici, sistemati in tre gruppi, ognuno in una zona differente dall’altro; nella parte occidentale della stessa, vennero ritrovate altre forme, assieme ai resti ossei di un gruppo di 7 individui. Si trattava di individui maschili e femminili di età differenti: 2 adulti, un giovane adulto e 4 bambini. La posizione in cui le ossa si presentarono agli archeologi mostrò che non si trattava di una sepoltura collettiva ma piuttosto di un tragico evento grazie al quale questi individui trovarono la morte tutti assieme. Le ossa infatti, rivelarono che i 7 si trovavano nella postierla a causa di un incendio; probabilmente, le postierle avevano dunque anche la funzione di protezione per gli abitanti che in caso di pericolo ci si rifugiavano all’interno. Ma l’incendio li aveva raggiunti, facendoli morire per asfissia e provocando un crollo di grossi massi su di loro.

 

 

Nonostante le alterazioni dovute alle alte temperature, gli scheletri ancora conservavano le posizioni in cui erano morti. Oggi, una ricostruzione dell’eccezionale contesto antropologico della postierla C è resa pubblica nel museo storico – archeologico Musa di Lecce, presso il complesso dello Studium 2000.

La fase medievale della città ha visto delle indagini archeologiche nel 2005. Lo storico Leandro Alberti, nel 1525, descrive la città come inespugnabile; nel 1544 tuttavia, si racconta di una distruzione a scopo di impedirne la creazione di un covo pirata, dato il suo stato di parziale abbandono. Ma le fonti appena citate, sembrano essere controverse agli archivi di Simancas, Spagna, dove invece sono presenti dei documenti che la ricordano ancora attiva nel 1552.

Gli scavi hanno messo bene in luce quella che era la struttura urbana, la più antica di questo tipo identificata nel Salento meridionale, affiancando uno studio dell’abitato che ha portato gli archeologi ad individuare alcune modifiche apportate allo stesso tra cui la distruzione del settore settentrionale per far posto al castello triangolare e al relativo fossato, oggi ancora visibili. Il lavoro di indagine del 2005 venne condotto dalla prof.ssa Paola Tagliente assieme a numerosi studenti e specializzandi dell’Università del Salento e fu completato nel 2007.

L’Università del Salento si occupa da anni di condurre indagini archeologiche presso questo sito, grazie alle ricerche condotte dal Prof.re Riccardo Guglielmino e da Teodoro Scarano, autore di numerosi articoli su questo interessante sito.

Ripetutamente, quello che è rimasto dell’antica presenza umana ha il potere di raccontare una storia, storia che viene catturata da chi, come gli archeologi, sa ascoltare le parole di qualcosa che, per natura, non è in grado di emettere un singolo suono.

Roberta Giannì

Roberta Giannì

Roberta Giannì. Nata a Gallipoli, residente a Taviano. Da cinque anni vivo a Lecce, dove frequento il corso di laurea in Archeologia, presso il Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento. Con una laurea triennale in Archeozoologia, mi appresto ad una specializzazione in Antropologia Fisica. Ad un buono studio teorico ho da sempre affiancato numerose attività sul campo prendendo parte a campagne di scavo in Italia e all’estero. Devo la mia passione per la storia antica e per l’archeologia ai libri e ai racconti di studiosi e avventurieri, nonché ai documentari. Tutto ciò ha da sempre alimentato la mia curiosità per l’antico, tanto convincermi di voler far parte del mondo della ricerca. Studiare l’uomo e il suo progredire nel tempo mi ha fatto capire quanto importante possa essere per noi conoscere il nostro passato, perché è da questo che l’uomo può imparare come affrontare il presente e il futuro.

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