Al cinema Ieri&Oggi – Ben-Hur: da Wyler a Bekmambetov

Ben-hur

di Timur Bekmambetov

USA 2016

ben-hur-2016-2Accusato di tradimento e di tentato omicidio per un crimine che non ha commesso dal proprio fratello adottivo Messala, Ufficiale dell’Esercito Romano, il nobile Judah Ben-Hur viene ridotto in schiavitù, privato del titolo, separato dalla famiglia e dalla donna che ama.

Una volta liberato, dopo anni passati per mare sulle galee romane, il nostro fa ritorno alla propria terra d’origine per vendicarsi di Messala che sfiderà in una sanguinosa gara di quadrighe nell’arena di Gerusalemme per cercare la sua vendetta, ma, invece trova la salvezza e così la sua vita e la sua storia si incroceranno con quella del Cristo Redentore.

Il romanzo omonimo del generale statunitense Lew Wallace, scomparso nel 1905, è stato portato sullo schermo altre cinque volte tra cui le più famose sono quella muta del 1925 di Fred Niblo, con il mitico Ramon Novarro e quella del 1959 di William Wyler con Charlton Heston. L’attuale versione del regista kazako Timur Bekmambetov è, forse, più fedele al romanzo e dedica più spazio alla figura di Cristo (interpretata dall’attore brasiliano Rodrigo Santoro), ma il regista non è molto sensibile all’introspezione e, di fatto, il suo Ben-Hur punta più che sullo sviluppo della crescita morale del protagonista, sulle due sequenze di alta spettacolarità, vale a dire quella di una battaglia ben-hur-2016-1sul mare e quella della leggendaria corsa delle quadrighe nell’arena, risolte con l’uso e l’aiuto del digitale ad ampio spettro, ma che coinvolgono pochissimo lo spettatore. Il film, in definitiva, appare un ibrido tra un grande “peplum” romano ed un’improbabile storia e avventura senza tempo, come una predica domenicale poco ispirata. Pertanto, la fusione tra azione epica e conversione religiosa non riesce nel
suo intento per mancanza di “pathos” in un film privo di anima e cuore. Non è nemmeno aiutato dalla piattezza generale delle interpretazioni e dalla mancanza di tensione che fa calare di interesse persino la tanto attesa corsa delle quadrighe.

Ben-Hur (interpretato da Jack Huston) e Messala (interpretato da Toby Kebbell) non hanno abbastanza carisma per interpretare due personaggi tanto complessi. E poi vedere il grande Morgan Freeman, nei panni dello sceicco Ilderim, mentore di Ben-Hur, con in testa una parrucca alla “rasta” maniera, non può che infastidire o far ridere.

Va, però, detto, ad onor del vero, che la durata del film è contenuta nelle due ore; non sappiamo, però, se questa rappresenta un pregio o un difetto, tenendo conto della mancanza di tanti particolari contenuti nel romanzo di Lew Wallace e nel colossal di William Wyler del 1959. Per conoscenza il film è stato completamente girato tra i Sassi di Matera, a Gravina di Puglia e negli “Studios” di Cinecittà a Roma.

Ben-Hur

di William Wyler

USA 1959

ben-hur-1959-1Giuda Ben-Hur, nobile ebreo, accoglie a Gerusalemme Messala, suo vecchio amico, divenuto tribuno romano. Siamo nell’era dell’imperatore Tiberio (42 a.C. – 37 d.C.). Messala, però, non è il ragazzo che Ben-Hur aveva conosciuto. Ora è imbevuto di ideali di grandezza e terribilmente ambizioso, tanto da approfittare di un banale incidente per far arrestare l’antico amico con tutta la famiglia, per dare, così, un esempio clamoroso a tutti sperando, così, di portare ordine nella solitamente turbolenta terra di Palestina. Ben-Hur viene così inviato alle galee romane da cui probabilmente non ci sarà ritorno. Ma il caso vuole che salvi la vita al Console Quinto Arrio durante una cruenta battaglia navale. Arrio affilia il giovane schiavo e, alla sua morte, Ben-Hur si trova ricco, potente e….. romano. Torna in patria per vendicarsi e sfida Messala nella ormai leggendaria corsa della quadrighe nell’arena. Vince e ritrova vive madre e sorella guarite dalla lebbra grazie alla pioggia mista al sangue di Gesù morto sulla croce.

Il film, terza magniloquente versione del romanzo del generale statunitense Lew Wallace (dopo quelle mute di Sidney Olcott del 1907 e di Fred Niblo del 1925), è stato sempre ritenuto un grande polpettone tra i tanti stereotipi tipici del kolossal epicobiblico. E, forse, lo è, ma indimenticabile ed anche molti delle successive generazioni che lo hanno visto spesso in televisione o in VHS o in DVD lo ritengono tale. Basti pensare: cinquecento attori (con almeno una battuta, Giuliano Gemma compreso e Lando Buzzanca in una comparsa), centomila comparse, quindici milioni di dollari di costo per un ricavato al botteghino di settecentoventi milioni di dollari, dieci anni di preparazione, per la durata di 219 minuti.

Risultato: il “colosso” per eccellenza, con un riconoscimento importante: il record assoluto di ben 11 Oscar,
mantenuto in solitaria per trentotto anni fino all’uscita di “Titanic” di James ben-hur-1959-2Cameron ne 1997. Tutto nella chiave del grande sentimento, del fasto e delle scene madri. Firmato da William Wyler, autentico collezionista di Oscar (5 con “Signora Miniver”, 1942 e 7 con “I migliori anni della nostra vita”, 1946), il film impegnò, tra l’altro, un gruppo di registi di grosso calibro da Andrew Marton a Richard Thorpe al nostro Mario Soldati che si dedicarono soprattutto alla leggendaria corsa delle quadrighe. Non si possono non citare le indimenticabili interpretazioni del gigantesco Charlton Heston nel ruolo di Ben-Hur e del roccioso Stephen Boyd (prematuramente scomparso nel 1977 a soli 46 anni) nel ruolo del malefico Messala; come anche quella del caratterista britannico Hugh Griffith nel ruolo dello sceicco Ilderim e della dolcissima Haya Harareet (attrice israeliana) nel ruolo di Esther. Splendida colonna sonora del compositore ungherese Miklòs Ròzsa, inventore delle più grandi musiche d’epoca (Quo Vadis? Ivanhoe, El Cid). In definitiva filmone assoluto, alla “Via col vento”, ancora e sempre suggestivo, grande spettacolo per tutti. Uno dei titoli che vengono immediatamente ripescati nella memoria favolosa del tempo.

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Mario Belloni

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