Accadde oggi: Il 2 aprile del 2000 moriva il boss mafioso Buscetta

di Giancarlo Panico
Moriva il 2 aprile del 2000 Tommaso Buscetta, primo padrino di cosanostra a diventare collaboratore di giustizia. Buscetta, detto il boss dei due mondi, non sminuì mai il suo ruolo all’ interno di cosa nostra, non negò mai i suoi crimini. Era tra gli sconfitti della seconda guerra di mafia, che vide l’ affermarsi dello schieramento dei corleonesi e, dopo l’ assassinio dei suoi amici, Stefano Bontade, Salvatore Inzerillo e Ttanu Badalamenti, fuggì in Brasile, continuando i suoi traffici con le famiglie italo americane, ma la furia dei corleonesi, che violarono tutte le regole d’onore della mafia, si abbatté lo stesso su don Masino uccidendogli dodici parenti che non appartenevano a cosa nostra, tra cui due figli scomparsi nel nulla. Arrestato in Brasile, fu estradato successivamente in Italia dove iniziò la sua collaborazione col giudice Giovanni Falcone.
Il primo colloquio tra Don Masino Buscetta,  il giudice Giovanni Falcone e il questore De Gennaro iniziò così:
Buscetta: prima di cominciare vorrei dirle una cosa, non sono un infame, non sono un pentito, non ho tradito Cosa nostra, ma è cosa nostra che ha tradito se stessa.
 
Falcone: ho capito! Mi usa la cortesia di togliersi gli occhiali, la vorrei guardare negli occhi.
 
Buscetta: io ho fiducia in lei dottor Falcone, come ho fiducia nel questore De Gennaro, ma non mi fido di nessun altro, non sono sicuro che lo Stato italiano abbia veramente l’intenzione di combattere la mafia e l’ avverto signor giudice, dopo questo interrogatorio, lei diventerà famoso e cercheranno di distruggerla fisicamente e professionalmente e anche “a mia” cercheranno di fare la stessa cosa. Non dimentichi che il conto che ha aperto con Cosa Nostra non si chiuderà mai.  È  sempre del parere di interrogarmi?
 
Falcone: assolutamente Buscetta!
 
Buscetta: se vuole cominciare a scrivere… mi chiamo Tommaso Buscetta e sono un uomo d’onore….
Così cominciò  il colloquio tra Don Masino Buscetta, il boss dei due mondi, e il giudice Giovanni Falcone, due uomini che si stimarono, tra i quali nacque una “complicità” e un patto per sconfiggere la mafia. Buscetta raccontò come erano organizzate le famiglie mafiose (decine, capidecina, consiglieri,  capi famiglia, mandamenti, capimandamento e commissione o cupola). Ma fece di più, descrisse come agiva cosa nostra nelle società e parlò di un livello superiore, gli avvicinati, cioè quell’ insieme di professionisti, funzionari e politici insospettabili che si muovevano dentro le istituzioni, che rappresentavano la vera forza della mafia, ma senza fare i nomi perché non poteva fornire le prove. Grazie alle sue rivelazioni, confermate dai racconti di un altro mafioso pentito, proveniente dai ranghi più bassi dell’organizzazione , Totuccio Contorno,si avviò, nel febbraio del 1986, il maxi processo alla mafia siciliana, un processo che stentò ad avviarsi per via dell’ ostruzionismo messo in atto dai mafiosi finiti dietro le sbarre, ma decollò quando nell’ aula del tribunale comparve Don Masino a confermare le pesanti accuse fatte agli imputati. Memorabile fu il confronto tra Buscetta e Pippo Calò, l’ uomo che tradì, con Michele Greco, le famiglie palermitane favorendo l’ascesa di Totò Riina e i corleonesi. Finita la sua deposizione in tribunale, fu portato subito negli USA, dove visse sotto falsa identità, diventando consulente dell’ FBI nella lotta al traffico di stupefacenti. Buscetta ci fece capire che dentro l’ onorata società non vi era nessun onore, ma solo avidità di soldi e potere, continui tradimenti e gelosie, terrore e violenza.
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