A proposito di certi eroi: quando uccisero un infermo di mente in nome della patria

di Angelo Donno

angelodonnoChi ha la passione per la storia e si cimenta con la ricerca, riuscendo a rimanere scevro da pregiudizi, si accorge che alcuni personaggi onorati o spacciati per eroi, in realtà, sono stati individui davvero poco raccomandabili se non criminali incalliti, pronti a calpestare qualsiasi senso morale pur di avere fama e successo.

Ancora più inspiegabile è osservare come alcuni di questi personaggi vengono, ancora oggi, nonostante le ignominie compiute, aggettivati come “liberatori ed eroi”.

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Nino Bixio

Nell’agosto del 1860, esattamente 156 anni fa, a Bronte, Nino  Bixio su mandato di Giuseppe Garibaldi, si rendeva protagonista di un atto scellerato e infame che la storia, quella vera e non quella paludata della storiografia ufficiale e scolastica, ci ha tramandato come “l’eccidio di Bronte”, una strage che ancora oggi brucia.

 I cittadini di quella città, illusi dalle promesse dei decreti di Garibaldi sull’assegnazione delle terre, convinti che con l’arrivo delle camicie rosse potessero legittimamente essere garantiti i principi di libertà e di giustizia sociale, osarono ribellarsi. Si capì ben presto che lo scopo vero dei decreti garibaldini era quello di narcotizzare le popolazioni per garantirsi il transito indenne verso Napoli.

In quell’episodio, gli speranzosi brontesi, si trovarono di fronte ad un atteggiamento efferato e, per alcuni versi, inconcepibile. A farli ravvedere delle loro attese provvide Bixio, il quale, non era certo sgombro da pregiudizi, se è vero, com’è vero, che alla moglie Adelaide, durante l’impresa dei mille scrisse testualmente, a proposito della terra che stavano per conquistare:

“Un paese che bisognerebbe distruggere e gli abitanti mandarli in Africa a farsi civili”.

E’ con questo stato d’animo e questa propensione nei confronti dei siciliani che Bixio si presentò a Bronte, prendendo alloggio per tre giorni al collegio Capizzi. La mattina del 6 agosto, con due battaglioni di bersaglieri, decise di ristabilire bronte-fucilazionel’ordine che era stato turbato nei giorni precedenti dai popolani e dai contadini della Ducea di Nelson che, illusi, si erano permessi di ribellarsi, rivendicando il diritto all’assegnazione delle terre e al riscatto sociale promesso loro dai truffaldini proclami del dittatore (quello di autoproclamarsi dittatore fu il primo atto di Garibaldi giunto in Sicilia). E non fu un episodio isolato, come taluna storia ci ha fatto credere, infatti, furono molti i paesi della Sicilia a sollevarsi dopo l’illusoria promessa di Garibaldi.

I fatti attestano che le aspettative del popolo e dei contadini furono represse con il piombo e nel sangue da quegli stessi garibaldini che avevano promesso loro terra, libertà e giustizia.

Ma torniamo ai fatti e al grido di libertà dei contadini e dei cittadini di Bronte.

Su pressione del console inglese di Catania, John Goodwin, a sua volta sollecitato dai fratelli Thovez, amministratori della ducea per conto  della baronessa Bridport, Garibaldi, per reprimere la rivolta di quei brontesi che avevano avuto l’impudenza di ribellarsi agli inglesi, suoi protettori e finanziatori dell’impresa dei Mille, invia, per risolvere la questione, il suo fedele luogotenente Nino Bixio.

1Appena giunto, come primo atto, il “liberatore”, evidentemente, più degli interessi inglesi che degli abitanti del meridione, decretò lo stato d’assedio e la consegna delle armi imponendo una tassa di guerra, dichiarando il paese di Bronte colpevole di “lesa umanità” e dando inizio a feroci rappresaglie. Era necessario dimostrare ai “padroni” inglesi che nessuno poteva toccare impunemente i loro interessi. Bixio, con i suoi metodi criminali, li accontentò appieno. La sera del 9 Agosto, calpestando ogni simulacro di garanzia, furono condannati a morte cinque cittadini che niente avevano avuto a che fare con i tumulti e le rivolte delle precedenti giornate. Il tribunale misto di guerra, in un frettoloso processo durato poco più di tre ore, giudicò ben 150 persone e condannò alla pena capitale l’avvocato Nicolò Lombardo il quale, acclamato sindaco dopo l’eccidio, nonostante non ci fosse nessuna prova, venne ingiustamente additato come capo rivolta insieme con altre quattro persone innocenti: Nunzio Ciraldo Fraiunco, Nunzio Longi Longhitano, Nunzio Nunno Spitaleri e Nunzio Samperi. La sentenza venne eseguita mediante fucilazione la mattina del giorno dopo nella piazzetta della chiesa di San Vito.

Nunzio Ciraldo Fraiunco era lo “scemo del paese” che, sopravvissuto alla scarica di fucileria fu barbaramente finito con un colpo di pistola alla testa dall’ufficiale che aveva comandato il plotone, mentre invocava vanamente la grazia.

Dopo la feroce esecuzione, a monito per la popolazione di Bronte, i corpi delle vittime rimasero esposti e insepolti per parecchio tempo.

Il 12 Agosto, dopo avere fatto affiggere nei giorni precedenti, a suo nome, un proclama indirizzato ai Comuni della provincia di Catania, con il quale invitava i contadini a stare buoni e a tornare al lavoro nei campi, pena ritorsioni e feroci rappresaglie, Nino Bixio ribadiva:

“Gli assassini e i ladri di Bronte sono stati puniti e a chi tenta altre vie crede di farsi giustizia da sé, guai agli istigatori e ai sovvertitori dell’ordine pubblico. Se non io, altri in mia vece rinnoverà le fucilazioni di Bronte se la legge lo vuole”.

garibaldi-e-vittorio-emmanueleProclami e avvisi tendenti ad rassicurare baroni, latifondisti, proprietari terrieri e soprattutto gli inglesi che, con Garibaldi e Bixio, non c’era alcun pericolo di rivolte sociali. La rivoluzione garibaldina aveva mostrato il suo volto. Gli interessi della borghesia, dei latifondisti, degli inglesi che facevano affari in Sicilia e di quei settentrionali che in nome di Vittorio Emanuele in futuro li avrebbero fatti, erano salvi e salvaguardati dalle camicie rosse.

Cambiano i numeri, ma la gravità dell’atto di Bronte è pari al massacro che 84 anni dopo i Nazisti avrebbero compiuto alle Fosse Ardeatine, come rappresaglia per l’attentato partigiano compiuto da membri dei Gruppi di Azione Patriottica romani contro le truppe germaniche. Anzi, quello di Bronte fu ancora più grave perché in quel luogo non vi fu nessun attentato ma solo manifestazioni di protesta.

Bene, ancora oggi, a personaggi come Gerolamo Bixio detto Nino, dedichiamo strade, piazze, scuole e monumenti. Chi crede nella giustizia divina può trovare conforto nel conto che essa presentò a Bixio facendolo morire tra atroci dolori, sofferenze e tormenti in preda alla febbre gialla e al colera a bordo della sua nave (aveva intrapreso commerci con l’Oriente) il 16 dicembre del 1873, a Banda Aceh, nell’isola di Sumatra, a quel tempo colonia olandese.

Probabilmente è giunta l’ora, non solo, di prendere coscienza e ristabilire la verità storica, ma forse è maturo il tempo di disfarsi di lapidi e disarcionare dai monumenti personaggi come Bixio il quale, dipinto come eroe e liberatore è stato, invece, tra coloro che hanno depredato la nostra economia, la nostra storia, la nostra cultura, la nostra identità.

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