25 novembre: la strage delle innocenti colpevoli… di essere donne

di Laura Abatelillo 

silvana-bisoli-laura-abatelillo-distrasis-e-maria-rosaria-angeleLa famiglia da sempre è stata la rappresentazione dell’ordine sociale più importante, spesso definita come il santuario simbolico dei valori e dell’onore, il luogo all’interno del quale ogni componente può difendersi dall’umanità, affermare la sua dignità e il suo modo di essere individuo.

Eppure ci sono dati che parlano di violenza nell’ambito famigliare che hanno i numeri di un bollettino da guerra. Guerra quotidiana, che ha il suo campo di battaglia all’interno delle mura  domestiche da parte di mariti violenti che sventolano la bandiera del patriarcato e mogli annullate della loro personalità che vivono nella paura, nel dolore muto e sordo, tra vergogna e solitudine.

La violenza domestica può insorgere in qualsiasi momento della relazione, a volte si evidenzia subito, altre volte in concomitanza o addirittura dopo diversi anni di matrimonio. Il partner violento attua una serie di strategie per poter esercitare il suo controllo sulla compagna e spesso consequenzialmente sui figli. Egli crea all’interno della famiglia un clima di tensione e isolamento per mezzo di minacce, divieti, colpevolizzazioni e denigrazioni delle donne. Donne che non hanno il coraggio di urlare le verità che si nascondono dietro le loro porte chiuse, donne che si fanno disinfettare le ferite da medici che tacciono e si accontentano di stupide e ripetitive scuse come lo sbattere contro un’anta o il cadere dalle scale, mi domando, quante volte una donna nell’arco della sua vita possa essere vittima di tali distrazioni!

Le ferite del corpo guariscono, quelle dell’anima sanguinano a vita. Non passa giorno senza apprendere dai media che una donna è stata violentata, picchiata o uccisa; in questa settimana se ne possono ricordare almeno tre episodi, ma questa è solo la punta dell’iceberg e si che questi monumenti della natura hanno la loro manifestazione più imponente al di sotto dello specchio d’acqua. Quello che emerge della violenza domestica è solo l’uxoricidio; chissà perché questo termine è stato coniato nella lingua italiana appositamente per definire l’uccisione di una donna da parte del marito, ma da notare che non esiste una parola che definisca l’opposto. Fino alla metà del secolo scorso esisteva nella nostra costituzione il delitto d’onore, che consentiva la riduzione della pena nel caso in cui l’uomo si fosse sentito offeso dal comportamento da lui ritenuto inadeguato o contro la sua morale. Questa è una delle manifestazioni storiche della diseguaglianza tra uomo e donna, è uno dei meccanismi sociali decisivi che hanno costretto le donne ad una posizione subordinata agli uomini.

img_3804Se non si arriva all’umiliazione fisica, l’uomo violento tenta comunque di uccidere l’anima. Spesso la violenza non è fisica ma psicologica e non sempre serve che abbia espressioni verbali per esserlo, ci sono comportamenti che sono altrettanto eloquenti che solo chi ha vissuto può capire. La violenza psicologica porta la donna alla disistima più totale, al punto di non riuscire a spiegare cosa prova veramente. Il suo profondo stato d’umiliazione la porta alla depressione, alla perdita di fiducia, la sensazione di impotenza paradossalmente porta ad una sorta di giustificazione del marito/compagno e di attribuzione di colpa a se stessa perché forse, se fosse stata una moglie diversa o una madre migliore, non sarebbe stata così sfortunata.

Non credo sia l’amore morboso o la gelosia a spingere l’uomo a comportamenti violenti, ma il considerare la donna non come essere umano ma come oggetto di proprietà e come tale la vuole lì in casa ogni giorno, come il tavolo della cucina, come il divano del salotto. Sembra assurdo, ma la prima causa di morte delle donne è la violenza subita in famiglia, che miete in tutto il mondo centinaia di vittime, un po’ per cultura e un po’ per quella supremazia  maschile auto concessa. Oggi non siamo davanti ad un aumento quantitativo di queste violenze, semplicemente le donne sono cominciate ad uscire allo scoperto e a denunciare i soprusi. Solo in Italia quest’anno ci sono state centinaia di vittime, per non parlare dei migliaia di interventi dei centri antiviolenza, il che è un dato impressionante che fa riflettere su questa problematica sociale che però non mobilita cortei o manifestazioni, non porta tanta indignazione a chi può dire: “Per fortuna non è toccato a me!”, mentre però si sente offeso e scende in piazza per le partite truccate, per una missione di pace o per un nuovo governo. Nei commenti delle persone ci sono troppi se, troppi ma, troppe giustificazioni per questo crimine contro la persona. Spesso si sente dire che queste donne infondo dovevano sapere chi hanno sposato, potevano pensarci prima, ma non c’è risposta abbastanza ovvia o banale da dare ad un’affermazione tanto stupida, meglio il silenzio se non si è in grado di capire. Purtroppo questa è la prima cosa che una donna vittima di violenza, da parte del marito o compagno, si sente dire, come a sottolineare il concorso di colpa. La responsabilità della violenza è sempre di chi la compie non di chi la subisce.

Non c’è abbastanza informazione, è come se, questa problematica, non la si volesse realmente vedere. Si parla di droga nelle scuole, del fenomeno del bullismo in ascesa, ma della violenza sulle donne si sorvola, eppure spesso hanno un filo conduttore che le unisce. I media ne parlano solo se la notizia è brutale o non se ne può fare a meno, oppure se coinvolge un extracomunitario, sfruttando la notizia per portare avanti contrasti politici sul tema dei clandestini. Non c’è un nemico oscuro da espellere dalle nostre strade, il male è nelle nostre case, nelle nostre famiglie, e riguarda tutti gli angoli del mondo, senza distinzioni di cultura o ceto sociale.

Forse la violenza sulle donne è un problema che scaturisce da un’insicurezza maschile davanti all’emancipazione della donna che crea loro una crisi d’identità e una ricerca di un nuovo concetto di virilità, di una rinnovata identità sessuale. Credo sia giunto il momento di affrontare il problema in maniera più chiara ed efficace da parte delle istituzioni e assunzioni di responsabilità da parte degli uomini, alcuni dei quali hanno capito e si sono adattati alla nuova figura della femminile, capace di gestire e decidere della propria vita, ma è necessaria una presa di coscienza collettiva, una forte presenza pubblica maschile contro la violenza degli uomini sulle donne, potrebbe assumere un valore simbolico importante. I fiori dell’8 Marzo, si sa, non bastano più, e neanche il proclamare la giornata nazionale della donna, 25 Novembre. Forse questa parte di uomini se protestasse, se convocasse assemblee, se partisse da loro la sensibilizzazione contro la violenza domestica e sulle donne in genere, potrebbe far capire agli altri uomini che ancora si sentono esseri superiori, che la supremazia sulle donne non è legittima ed è contro la morale degli Uomini Civili che hanno rispetto della donna in quanto loro madre, loro figlia e moglie.

 

Redazione

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