Carbonari, patrioti e rei di stato nel basso Salento

di Giovanni Bellisario

Molti considerano la Carboneria una sorta di braccio della Massoneria. In realtà le due istituzioni conservarono sempre una propria autonomia, sebbene massoni confluissero nelle vendite carbonare e carbonari aderissero successivamente alla massoneria.

Dopo la crisi del 1799 anche nel Salento, infatti, si assiste al dualismo di Massoneria e Carboneria che caratterizzava anche il resto del Regno di Napoli.

In realtà la Carboneria prese piede in Puglia quando già logge massoniche operavano sul territorio. Notevoli tracce massoniche si trovavano già a Lecce, Corigliano, Casarano, Gallipoli e nel Capo di Leuca

La Massoneria, però, non compresa dalla popolazione e condannata dalla Chiesa, si risolveva in una sorta di privilegio delle classi elevate, assumendo un carattere aristocratico e dottrinario. La Carboneria, invece, si caratterizzò per una maggiore democraticità e popolarità, rispondendo in qualche modo agli interessi della piccola borghesia. Il primo documento carbonaro leccese risale al 5 aprile 1814.

Le due realtà, pertanto, operarono in autonomia, spesso in posizioni politiche contrastanti, pur non divenendo mai sostanzialmente rivali.

Sorvolando sulle ipotesi circa le origini della Carboneria, possiamo evidenziare come l’organizzazione carbonara, di tipo gerarchico, fosse estremamente rigida: i nuclei locali erano denominati “baracche” e confluivano in agglomerati di maggiori dimensioni denominati “vendite”, le quali, a loro volta, dipendevano dalle “vendite madri “e dalle “alte vendite

Gli affiliati, non di rado staccatisi dalle logge massoniche, perseguivano attraverso queste nuove cellule segrete, tentando di tradurli in pratica, i valori dell’illuminismo.

gioacchino-muratDurante il Regno di Gioacchino Murat si assiste a una doppia posizione di Massoneria e Carboneria: da una parte troviamo realtà filo francesi, dall’altra nuclei di massoni e carbonari iniziarono ad opporsi alla politica di Murat.

A tale opposizione al governo francese aderirono, ad esempio, la vendita carbonara di Gallipoli “asilo dell’onestà”, quella di Galatina, Copertino, Leverano e Monteroni.

Tale opposizione determinò un’attenzione favorevole nei confronti di tali sette da parte delle forze legate ai Borboni.

Ne seguì una realtà variegata, nella quale, specie con riferimento ai carbonari, si verificarono contrasti tra settari di vendite diverse e delle stesse vendite, alcuni dei quali fedeli al governo francese ed altri in opposizione.

Proprio nella vendita gallipolina si verificarono lotte intestine, che coinvolsero affiliati quali Domenico Perrone, Angelo Spirito, Antonio Auverny.

Ai contrasti all’interno della Carboneria conseguì una vera e propria scissione che vide nascere un’altra setta, denominata dei Calderari. In realtà si trattava di elementi espulsi dalle logge massoniche e dalle vendite carbonare, la cui organizzazione in una nuova setta venne favorita da Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa, poi ministro di polizia del regno delle due Sicilie.

Con la restaurazione borbonica, sebbene, come ricordato, alcuni settori della massoneria e soprattutto della Carboneria avessero manifestato opposizione al governo francese, fu dato ordine agli Intendenti di polizia di procedere alla schedatura nonché a tenere “in osservanza” i massoni, i carbonari e quanti avessero aderito al governo francese, dichiarandoli Rei di Stato.

Accadde così che, mentre la setta dei Calderari, detta anche del “contrappeso” perché si contrapponeva alla Carboneria, tendeva ad una politica facilitata dal governo borbonico e finalizzata al controllo del territorio in quanto di caratterizzazione reazionaria e sanfedista, nelle provincie napoletane e in terra d’Otranto ai Borboni si contrapponevano Carbonari e Massoni, Europei e Filadelfi.

 I patrioti europei, di derivazione mazziniana, contavano nuclei in Lecce, Salice, Copertino, Novoli, Soleto, Campi, Gallipoli, mentre gruppi di Filadelfi si riunivano in Lecce, Veglie, San Cesareo, Lequile, Cavallino, Soleto, Sternatia, Martignano, Cursi, Nociglia, Trepuzzi…

Intanto la schedatura di polizia proseguiva e tra i primi rei di stato venivano segnalati i salentini Comi, Vergine, Zuccaro, De Donno, Spirito, Pasanisi, De Rossi, Piccioli, Vienot.

Nel corso del 1816 il principe di Canosa utilizzò con maggiore determinazione i Calderari per contribuire alla riduzione della presenza carbonara. Si sostiene che ogni calderaio dovesse contare al suo attivo l’uccisione di almeno tre carbonari. Gli assassini e le violenze sollevarono reclami da diverse parti del Regno tanto da determinare Re Ferdinando, il 27 giugno 1816 a licenziare il ministro Canosa e, nel settembre successivo, a proscrivere i Calderari. Ne scaturirono ulteriori ripercussioni sull’ordine pubblico, in quanto si diede inizio a vendette di fazione tra carbonaridecisi” e Calderari, al punto che per circa tre anni l’intera Terra d’Otranto divenne terreno di ruberie, brigantaggio organizzato, omicidi, odii e vendette locali.

Il governo Borbonico fu dunque costretto a porre in essere una serrata azione militare di repressione di tali fenomeni.

Intanto la Carboneria, ormai ramificatasi in tutto il meridione e in terra d’Otranto, assumeva la direzione del moto costituzionale e rivoluzionario.

Le vendite carbonare continuavano a fiorire. Dall’art. 62 degli Statuti Generali dell’Alta Vendita Provinciale di Terra d’Otranto si apprende che “la massima e principale materia di cui l’A.V. provinciale dovrà occuparsi in ciascuna delle tre sessioni ordinarie sarà quello di esaminare lo stato dello spirito pubblico della provincia. Dietro questo esame sarà dovere del Gran Principe e del Grande Oriente di proporre tutti i mezzi analoghi al tempo e alle circostanze onde dirigere e confermare lo spirito pubblico allo scopo dell’ordine”.

Principale obiettivo dell’Alta vendita provinciale era dunque la propaganda delle idee, anche attraverso l’apertura di altre vendite. Nella sola Lecce ve ne erano sei, altre ventisette erano sparse nella provincia.

In Corigliano d’Otranto, in casa di Giacomo Comi, il 19 e il 20 maggio 1815 si tenne un’assemblea carbonara. Le vendite di terra dì Otranto lì rappresentate, oltre ad altre vendite di Puglia, erano denominate “I novelli bruti” da Galatina,” I figli di Attilio Regolo” da Corigliano,” I Regoli da Taviano, “I figli di Catone” da Lequile, “Il buon senso da Acaja,” l’Idro “da Otranto, “La fenicia neretina” da Nardò, “L’asilo dell’onestà da Gallipoli, “Il sollievo dell’Umanità” da Squinzano.

Altre vendite, delle quali non viene riportato il nome, facevano capo a Presicce, Patù, Salice, Campi, Martano, Novoli.

Singolare fu la situazione di Gallipoli.

leucaElevata nel 1813 a capoluogo di distretto era divisa in due partiti.

Il primo faceva capo alla vendita “Asilo dell’onestà” ed era capeggiato da Domenico Perrone, Carlo Patitari, Antonio Piccioli, Pasquale Tafuri e Domenico Fersini.

Il secondo era scaturito anche dall’esigenza di porre freno all’attività del primo, che tendeva a provocare disordini, e di garantire l’ordine cittadino che appariva, così come si legge in un rapporto del Sottintendente di Gallipoli all’Intendente della provincia Ferdinando Cito del 1824 turbato dalle irrequietezze della plebe fin da quando nella piazza venne fissato il famigerato Albero della Libertà”.

Faceva capo al canonico Antonio De Pace, il quale, insieme con Carlo Leopizzi e Francesco Forcignanò organizzò una seconda vendita carbonara denominata “L’Utica del Salento”.

Questa si riuniva in una casa dei De Pace. Sempre da un rapporto di polizia del 1822 si apprende che tra i partecipanti erano stati individuati “…i noti incasticati Bernardo Ravenna, Domenico Antonio De Rossi, Felice Leopizzi, Angelo Spirito e il sacerdote Gaspare Vergine di Corigliano”.

I contrasti gallipolini durarono per tutto il decennio tra il 1820 e il 1830 periodo dopo il quale la carboneria di Gallipoli sostanzialmente scompare dalle carte di polizia mentre in città, del movimento carbonaro, rimase l’aspetto peggiore: quello costituito da una lotta fatta di accuse ed insinuazioni, denunce anonime con cui gli affiliati ai due partiti si accusavano a vicenda di fronte all’autorità.

Il 1 di luglio del 1820 da Nola era partì la rivolta, capeggiata da due ufficiali borbonici

(Michele Morelli e Giuseppe Silvati) che avrebbe portato alla sollevazione di Napoli capeggiata dal generale e “antico massone “Guglielmo Pepe, il quale avrebbe costretto Re Ferdinando a concedere la costituzione.

Il Borbone chiese l’aiuto degli Austriaci, che intervennero con un’armata guidata dal gen. Frimont, che si scontrò il 7 marzo 1821 ad Antrodoco con l’esercito del gen. Pepe.

In quella che viene considerata la prima battaglia del Risorgimento nell’esercito del Pepe confluirono molti uomini di Terra d’Otranto ed ai moti prese parte anche il salentino Liborio Romano che fu in seguito inviato al confino e poi esiliato.

Sconfitti gli insorti, con decreto del 21 marzo 1821 le sette segrete furono poste fuorilegge e i capi severamente puniti.

In Terra ‘Otranto 33 ufficiali, 131 impiegati furono destituiti.

Tra questi Benedetto Mancarella, giudice criminale, Francesco Saverio Lala, contabile dei dazi, Raffaele e Cesare Paladini, Paolino Vigneri, giudice di Campi, Oronzo Gabriele Costa, naturalista di Alessano.

L’attività delle sette carbonare, però, non rallentava.

Nei paesi del Capo di Leuca erano sempre numerose gli affiliati ai Filadelfi, ai Patrioti, ai Carbonari Decisi. In Tricase tra i settari più attivi figuravano Pasquale Sauli, già maggiore del disciolto esercito costituzionale, Michelangelo Pisanelli, Paolo Tronci, Giovan Domenico Aymone, Ferdinando Maroccia. In Marittima i fratelli Maglietta, in Ortelle i fratelli Tronci, in Alessano Carlo, Pasquale e Trifone Sangiovanni e il principe Aragona. A Poggiardo Sebastiano Sossisergio, Francesco Perchia, il sacerdote Pietro Colluto, Angelo Tafuri, il sarto Raffaele Parisi, a Sanarica i fratelli Galati.

In Presicce era considerato soggetto pericoloso il giudice Michele Prato, il quale favoriva i settari determinando un “ambiente riscaldato” così come si legge nelle carte di polizia.

Al Prato si affiancavano il notaio Francesco Dattilo, Ercole Stasi e il sacerdote Giuseppe Ponzetta, tutti definiti dai rapporti “pericolosi per l’ordine pubblico e scellerati politici mestatori”. Ercole Stasi fu poi arrestato come membro della setta degli Edennisti nel 1825 e relegato nell’isola di Ponza. Liberato dopo sette anni partecipò ai moti del 1848 insieme con i Miglietta, Spirito, Mazzarella, Rocci-Cesaroli, Castromediano, Laviano.

Nel 1825 si contavano ben 33 vendite carbonare, che in seguito, ad opera del Comi, divennero logge massoniche.

Nel 1828 una statistica di ribelli compilata dal gen. Church, dall’ispettore della polizia borbonica Borrelli e dall’Intendente di terra d’Otranto Ferdinando Cito contava 277 settari a Brindisi, 246 a Taranto, 229 a Campi, 256 a Salice, 93 a Novoli, 90 a Monteroni, 78 a Gallipoli, 82 a Copertino, 55 a Mesagne, 50 a Ceglie, 29 a Soleto, 107 a Galatina, 131 a Nardò, 5 a Sogliano, 56 a Maglie 12 a Giuliano. Nell’elenco i settari vengono definiti “effervescenti” “riscaldati” “pericolosi” “famigerati” a seconda del loro attivismo.

Un altro termine che ricorre nelle carte della polizia borbonica quando si parla di Carbonari e di Massoni, che spesso sono a capo di vendite carbonare, é: galantuomini fanatici”.

Nel marzo del 1823 fu destinato quale Intendente di terra d’Otranto Ferdinando Cito dei marchesi di Torrecuso. Egli aveva il compito di coadiuvare il generale Church nell’opera di annientamento delle sette politiche. Funzionario di particolare durezza il Cito cominciò con l’epurare gli stessi funzionari dell’Intendenza.

Si circondò inoltre di delatori che approfittarono della situazione per sfogare odi, rancori e vendette. Nel primo anno furono operati circa seimila arresti. I detenuti venivano tenuti in carcere senza un processo o spediti nelle carceri di Napoli.

Tra gli arrestati ricordiamo Oronzo Libertini di Lecce, Santo Valente di Casarano, Gaetano Giannetta di Diso, Giovanni Spirito di Gallipoli, Domenicantonio De Rossi di Ugento.

Particolare intento persecutorio il Cito manifestò contro la setta degli Edennisti, particolarmente attiva nel Capo di Leuca.

arresto-di-un-gruppo-di-carbonariNel 1825 grazie all’aiuto di numerosi delatori il Cito aveva individuato circa 143 settari, la cui posizione fu oggetto di istruzione penale. Intanto furono tratti in arresto: Liborio Romano, Gaetano Romano, Eugenio Romano, Ciro De Rossi, Giuseppe Maria D’Aragona, Giuseppe Durante, Pasquale Ferrante, Giuseppe D’ambrosio, paolino Quintana, Narcisio Trunco, Agostino Pirtoli, Gaspare Vergine, Angelo Spirito.

Tutti furono inviati nelle segrete di Santa Maria Apparente a Napoli.

La Corte criminale, però, non riuscì a trovare elementi tali da ritenere tredici degli imputati rei di “sovversivismo violento e lesa maestà” accuse formulate a loro carico dal Cito. La decisione passò al Consiglio Ordinario di Stato. Anche tale autorità non trovò fondamento nelle accuse del Cito.

Si decise allora di inviare in Terra d’Otranto un “visitatore” nella persona del marchese Giuseppe Ceva Grimaldi.

Arrivato a Lecce il 27 giugno 1826 iniziò a visitare i vari comuni del Capo di Leuca assumendo informazioni, altrettanto fece in Gallipoli, dove però non riuscì ad ottenere precise informazioni sulle tre logge operanti in città.

Il 18 luglio 1826 relazionò al Re, evidenziando come le responsabilità degli arrestati si rivelassero meno gravi di quanto paventato dal Cito, proponendo per ciascuno le sanzioni più appropriate.  Divise i settari in tre classi a seconda del grado di pericolosità e su ciascuno relazionò approfonditamente nella sua prolissa relazione. Ricordiamone alcuni della prima classe: Liborio Romano patrocinatore legale di Patù, definito nella relazione “uomo veramente pericoloso a detta di tutti i buoni:”, Gaetano Giannetta, notaio in Specchia “è un cattivo soggetto”, Santo Valente, originario di Monopoli, brigadiere della forza doganale in Casarano “cattivo soggetto”, Ciro De Rossi, medico in Ugento” massone pericoloso. Dispone di ingenti sostanze sue e della moglie per sovvertire gli ingenui contro lo Stato”Gaspare Vergine, sacerdote  ex vicario di Corigliano “ In una parola é un uomo scellerato, irreligioso, capace di ogni delitto, amico di briganti e brigante anch’esso”, Don Cirillo Ciullo sacerdote parroco di Cannole “ di condotta pessima ha le stesse qualità del Vergine” Nella seconda  classe incontriamo: Ignazio Metraja di Lecce, notaio “è veramente un uomo pericoloso, non manca di sostanze”, Vito Domenico Fazzi di Calimera, patrocinatore legale “ fanatico capace di eseguire ogni  misfatto prescritto in setta”, Giuseppe D’ambrosio da Copertino, Giovambattista Grande da Lecce, Pasquale Ferrante da Miragnano, Gaetano Romano da Patù, tutti avvocati e patrocinatori legali “caldi e bollenti settari del 1817 e del 1820. faziosi di professione”, Vincenzo Balsamo da Lecce “irriconciliabile nei suoi principi politici”, Girolamo Congedo di Galatina, patrocinatore legale” pertinacissimo e poco emendabile”, Narcisio Trunco di Tricase, ricevitore del registro e Bollo “pessima persona. Fazioso irriconciliabile”, Agostino Cataldi di Gallipoli ex segretario di quella sottointedenza” persona pericolosa assai”, Angelo Spirito di Gallipoli, proprietario e banchiere” carbonaro prima, massone attualmente é fra i settari più pericolosi della provincia. Conta diciannove anni ed é dallo scorso anno erede della azienda bancaria del padre Gaspare anch’esso settario nel 1817 e nel 1820”, Salvatore Patitari di Gallipoli, militare destituito, Carlo Patitari da Gallipoli, proprietario, Giuseppe Patitari da Gallipoli proprietario, Francesco Campi da Sanarica, ex cancelliere comunale

” veramente pericolosi”, Gaetano Molines di Lecce ex cancelliere della Gran Corte Criminale “pericoloso, Raffaele Puzzoni di Gallipoli.

Passando alla terza classe e ricordando solo alcuni nomi: Pasquale Sauli di Tiggiano, ex maggiore “uomo pericoloso”, Antonio Amoroso di Alessano “caldo settario”.

Per ognuno il Ceva propone la sanzione appropriata, che va dal confino alla stretta sorveglianza.

Egli, però, pur riconoscendo pericolosità e responsabilità settarie ai nominati non trovò la prova della esistenza, come invece sosteneva il Cito, di una nuova setta sovversiva sorta nel Capo di Leuca e pertanto il 1 agosto 1826 il Consiglio dei Ministri concludeva nel senso della inconsistenza della setta degli Edonnisti. Non veniva così riconosciuta responsabilità attuale ai prevenuti, ma certamente cattive qualità personali, a causa delle quali furono irrogate sanzioni minori come il confino o la sorveglianza speciale.

I carbonari di Terra d’Otranto, però, continuarono ad operare e molti passarono nelle Logge massoniche delle quali fu poi Gran maestro Giacomo Gaetano Comi.

L’ascesa al trono di Ferdinando II° determinò la concessione di amnistia e indulti per i condannati politici.

L’atto di clemenza comportò vasta popolarità per il nuovo re e la migliore gioventù salentina si recò così a Napoli per seguire gli studi di legge, filosofia, medicina. Tra questi alcuni dei protagonisti delle cospirazioni e della lotta degli anni successivi.: Gioacchino e Salvatore Stampacchia, Francesco Trinchera, Salvatore Morelli, Giuseppe Libertini, Beniamino Rossi, Vincenzo Cepolla, Fortunato Gallucci, Vincenzo Abati, Michele Piccini, Gaetano Madaro e, per qualche tempo, anche il giovane Sigismondo Castromediano.

La parentesi di tolleranza durò poco. La Polizia riprese la propria attività di persecuzione della quale furono vittime Liborio Romano, Nicola Mignogna. Quest’ultimo fece parte della Giovane Italia mazziniana e nel 1860 lo ritroviamo tra i Mille, tra i quali figuravano anche i fratelli Beretta di Lecce. Anche Gioacchino e Salvatore Stampacchia fondavano con i loro compagni della “Giovane Italia” l’Accademia Scipione Ammirato.

A Gallipoli, nel frattempo, si era stabilito un audace emissario mazziniano: Epaminonda Valentini, che da quella città coordinava tutte le attività della provincia.

Promulgata la legge elettorale il 29 febbraio 1848, il 20 aprile dello stesso anno furono indette le elezioni per eleggere un deputato ogni 45 abitanti. Gli elettori dovevano possedere una rendita di almeno 24 ducati, mentre gli eligendi di almeno 250 il che caratterizzava il carattere aristocratico dell’elettorato passivo. Tra i Salentini furono eletti Vincenzo Cepolla di San Cesareo, Francesco Saverio Giannotta di Maglie, Giuseppe Leante di Galatone, Giuseppe Pisanelli di Tricase, Luigi Scarambone di Lecce.

un diploma carbonaro

un diploma carbonaro

Il parlamento si sarebbe dovuto riunire il 15 maggio 1848, ma quella data si trasformò in un giorno di sangue, quando i dissensi tra Re e liberali circa i poteri della Camera e specie le questioni relative alla revisione costituzionale condussero alle barricate e allo scontro con le forze regie. Sulla barricata di Santa Brigida, difesa dagli studenti, si batterono diversi Salentini, tra i quali: Beniamino Rossi, Epaminonda Valentini, Achille De Donno, Cesare Ebraico, Giuseppe Libertini, Francesco Trinchera, Vincenzo Carbonelli, Salvatore Brunetti, Giovanni Calcagni, Bernardino Tafuri.

L’entrata in Lecce dell’esercito borbonico diede inizio ad una nuova reazione.

Furono arrestati, nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1848 Pasquale Persico, Salvatore Stampacchia, Bernardino Mancarella, Leone Tuzzo, Sigismondo Castromediano.

Furono istituite Corti Speciali per i processi ai patrioti.

Quella di Lecce condannò Bonaventura Mazzarella alla pena di morte, Oronzo De Donno a 30 anni di ferri.

L’attività dei liberali, però, non si fermò.

Ci si incontrava nei caffè, nelle farmacie, nelle abitazioni.

Animatori della cospirazione mazziniana erano i Salentini Fanelli e Mignogna, collaboratrice instancabile Antonietta De Pace.

Con la morte di Ferdinando II° e la successione di Francesco I° e la maturazione dell’alleanza tra Piemonte e Francia, i giovani salentini in esilio rientrarono in terra d’Otranto: Pisaneli dalla Francia, De Donno dall’Epiro, Libertini dall’Inghilterra.

L’armistizio di Villafranca li spinse a riprendere la cospirazione e questo portò a nuove perquisizioni ed arresti, sebbene la situazione apparisse più di attesa, in quanto, ad eccezione dei mazziniani, la Terra d’Otranto non manifestava in quel momento un particolare fermento, che riprese, invece in seguito alla spedizione garibaldina.

Nel 1860 Mignogna, Carbonelli, Braico e Fanelli si aggregarono alla spedizione dei Mille, successivamente si aggiunse anche il pittore galatinese Gioacchino Toma.

Mazzini aveva incaricato il leccese Giuseppe Libertini, che si dimostrò il più attivo tra i mazziniani, per l’insurrezione delle provincie allo sbarco di Garibaldi sul continente.

Francesco II°, nel tentativo di assicurarsi un trapasso pacifico, nominò Liborio Romano prima prefetto e poi ministro di polizia, scelta che scatenò sul Romano le accuse di tradimento degli ideali liberali.

Con l’entrata a Napoli di Garibaldi si costituì anche a Lecce un governo provvisorio formato da un triumvirato: De Donno, Mazzarella e Cepolla.

Non tardarono, però, contrasti tra settori liberali di Terra D’Otranto e il governo piemontese.

Nelle elezioni del 27.1.1861, indette per la formazione del primo parlamento italiano, furono eletti Bonaventura Mazzarella a Gallipoli, Vincenzo Cepolla a Lecce, Cesare Braico a Brindisi, Sigismondo Castromediano a Campi, Oronzo De Donno a Maglie, Giuseppe Libertini a Massafra Liborio Romano a Tricase dopo un ballottaggio con Giuseppe Pisanelli.

Alcune considerazioni conclusive.

In Puglia, come generalmente in tutte le province continentali del mezzogiorno d’Italia, l’idea unitaria non era sentita. In terra d’Otranto la situazione non era molto diversa, non potendosi però negare l’esistenza di nuclei attivi liberali di derivazione mazziniana, diffusi nell’intera provincia, che cospiravano e propagandavano l’ideale unitario.

Nel movimento liberale salentino, infatti, prevaleva quella corrente moderata che non osava affrontare il rischio di una trasformazione politica radicale.

In realtà il movimento liberale non costituì l’espressione del paese, ma, al più, quella di un ceto sociale dal quale esclusivamente provenivano coloro i quali, mal sopportando l’assolutismo borbonico, determinarono le reazioni repressive di questo.

Gli oppositori, in Terra d’Otranto, furono sostanzialmente una minoranza è tra questi solo pochi ebbero una chiara e precisa convinzione e visione politica che si esprimeva attraverso una condotta politica coerente ed univoca.

 

 

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